di Luca De Gennaro
“Almost Famous” (che a pensarci bene potrebbe essere il titolo di questo blog, che si rivolge agli artisti di nuova generazione) è uno dei migliori film rock mai fatti. Se non lo avete visto correte a procurarvi il DVD. E’ uscito nel 2000 ed è ispirato alla vera storia del regista, Cameron Crowe, il quale, come il protagonista, era un adolescente con ambizioni da critico musicale nella California dei primi anni ’70 che esplodeva di Sex, Drugs & Rock’n’roll. Uno dei momenti fondamentali della storia è l’incontro tra il ragazzo e Lester Bangs, il più leggendario, oltraggioso, geniale giornalista rock mai esistito (lo interpreta uno strepitoso Philip Seymour Hoffman) che gli dice “Non si può diventare amici delle rockstar. Loro non saranno mai tuoi amici, vogliono solo che tu scriva bene di loro e rovineranno tutto quello che amiamo del rock, che diventerà solo l’industria del più fico (nel testo originale: “Industry Of Cool”). Se vuoi farti una reputazione come giornalista rock devi essere sincero e molto spietato”. Bangs, morto per overdose accidentale di farmaci a New York nel 1982, era la voce dell’indipendenza, della libertà della critica rispetto alle regole dell’industria. Rivedendo il film, e rileggendo 40 anni dopo i suoi articoli raccolti in diversi volumi pubblicati in Italia da Minimum Fax, viene da riflettere su quanto questi concetti siano ancora attuali. I rapporti tra musicisti e critica sono sempre piu’ ‘buonisti’. La critica negativa pare che non sia ammessa. Fino a qualche tempo fa la discografia cercava di fare apprezzare un prodotto invitando i giornalisti a ricchi weekend in giro per il mondo con la scusa della presentazione di un disco. Il concetto di base era: “Ti ho portato nel miglior hotel di Parigi, ti ho fatto cenare nei ristoranti più rinomati, ti ho offerto voli in business class, taxi e pure qualche extra, non vorrai mica parlar male del mio artista?”. Un gioco al quale tutti si sono prestati volentieri per anni. Oggi che le economie del mondo discografico non permettono più simili investimenti ci sono i social network ad alimentare il buonismo ‘ad personam’. Twitter è il luogo per eccellenza dove gli artisti leggono e scrivono personalmente, senza filtri di addetti stampa e comunicati ufficiali. Questa è una bella notizia, ma genera un profluvio di complimenti da tutti per tutti. Quelli dei ‘media’ (me compreso) non fanno altro che scrivere all’artista di turno “Che figata il tuo disco”, “Concerto pazzesco”, “Mi sono emozionato” e via così, e sanno che dall’altra parte fioccheranno i ‘Retweet’ e i “Grazie fratello” che tanto riempiono d’orgoglio perchè vengono da quello ‘famoso’. Siamo un’altra volta vittime di un meccanismo di appagamento, questa volta psicologico e anche un po’ narcisista, “Hai visto, mi ha risposto!”. E’ vero che, in linea di massima, chi sceglie di fare l’artista è perchè vuole sentire l’applauso, non certo i fischi, quindi una critica negativa per forza fa male, ed è anche vero che non sarebbe corretto né educato scrivere su Twitter “Sono stato al tuo concerto, bella schifezza”, quindi in questo senso la rete diventa il posto dove tutti possono ringraziare e dire cose carine ai propri idoli direttamente, e questo va benissimo, ma stiamo attenti a non cedere alle lusinghe delle ‘corti’. Esistono artisti, così come esistono capi d’azienda, ai quali piace avere attorno una corte di “yes men” e si infastidiscono se qualcuno prova a contraddirli. Questa è proprio, come diceva Lester Bangs, “The Industry Of Cool”, l’industria del “Quanto Sei Figo”. Se volete fare strada come artisti dovete essere invece pronti a ricevere le critiche e a farne tesoro. E’ vero, il primo pensiero che viene da una critica negativa al proprio lavoro è “Quello non capisce niente, chi si crede di essere”, ma provate a pensare che nessuno ci guadagna a parlar male di te. Se la propria etica professionale porta a scrivere qualcosa di negativo, provate a pensare che chi lo scrive o lo dice qualche ragione la potrebbe avere, se non altro perchè ha esperienza in questo campo. Per quello che mi riguarda, alcuni tra i rapporti più sinceri che ho costruito con degli artisti negli ultimi 20 anni sono nati da recensioni negative che avevo scritto sui loro primi dischi. Su queste abbiamo discusso, ci siamo confrontati, e da allora loro sanno che qualsiasi valutazione io faccia sul loro lavoro, in pubblico o in privato, è sincera. Qualche anno fa dissi ad una giovane band esordiente: “Un video come questo vi fa sembrare una band underground, e può andare in onda di notte insieme ai vostri colleghi che fanno rock alternativo. Secondo me avete delle potenzialità più larghe, ma se la vostra scelta è di rimanere di nicchia, fate pure”. Invece di offendersi fecero tesoro delle critiche e con il video successivo diventarono (e sono tuttora) una delle band di maggior successo in Italia. Quindi, noi che lavoriamo dei media dobbiamo scrollarci di dosso il buonismo e dire le cose che pensiamo, sempre, ‘sinceri e spietati’, mentre per gli artisti può essere molto utile ascoltare le critiche ed i suggerimenti, interpretandoli come stimoli che ti permettono di crescere.





