Appurato che l’era del ‘formato’ della musica registrata, degli angusti limiti del disco, dell’album, del singolo, della cassetta, del cd, della ‘cartuccia stereo 8′ sono finiti, che dunque è finito il tempo in cui l’unica musica a cui avevi accesso era quella che ti potevi permettere di comprare, di avere in prestito dagli amici, o che veniva programmata dalle radio, appurato che oggi, rimanendo nella piena legalità, con pochi euro al mese puoi abbonarti ad un servizio di streaming musicale praticamente illimitato, e con un click hai accesso a tutti i video e i brani che vuoi, appurato tutto ciò, siamo tutti felici e contenti? Insomma. Esiste un contrappasso, il ‘lato oscuro dell’abbondanza’, la morte della selezione. Possiamo ubriacarci di musica a piacimento, rimpinzarci di canzoni come le famiglie ai buffet ‘all you can eat’ dei villaggi vacanze, ma come la ascolteremo, come la digeriremo tutta quella musica? Riusciremo ancora ad immergerci nel mondo della nostra band preferita come succedeva quando si ascoltavano gli album incessantemente per mesi, cambiando facciata ogni 20 minuti? La metafora gastronomica può proseguire paragonando questo momento a quello in cui, negli anni ’50, McDonald’s diede il via alla prima catena di fast food. All’inizio, tutti contenti perché finalmente mangiar fuori era diventato economico, veloce e saporito, ma subito si cominciò a considerare il cibo come semplice benzina da sostentamento anziché piacere e godimento. Come reazione, nell’ 86 Carlo Petrini fonda Slow Food, organizzazione che vive sui principi dell’ alta qualità degli ingredienti e dell’’esperienza’ del consumo del cibo. Che sia il momento di pensare ad un movimento per la ‘Slow Music‘?
La tanto decantata ‘libertà di internet’, ormai lo sappiamo, è una bufala. Apri il computer e ti chiedi “E ora dove vado? Chi mi guida?”. Youtube e Spotify ti aprono le porte, ma non ti indicano la strada da seguire dopo che sei entrato. Le statistiche, per il momento, sembrano confutare la teoria secondo cui i sistemi ‘all you can eat’ favoriscono la scoperta di nuova musica. Nel 2007, ITunes commissionò uno studio da cui risultò che dei 13 milioni di canzoni del suo catalogo, solo 3 milioni erano state acquistate almeno una volta. 10 milioni di canzoni erano lì a prendere polvere. Nel 2009, dei 4,5 milioni di canzoni nel catalogo di Spotify, 1,5 non sono state ascoltate neanche una volta, e le prime 100.000 rappresentavano l’80% dell’ascolto totale. Non sai dove andare, ti rifugi negli ‘hits’. Non è un caso che una delle parole più in voga oggi nel mondo della musica sia ‘curator’. Come nell’arte, la figura del ‘curatore’ diventa sempre più fondamentale nel processo della diffusione della musica: organizza le opere secondo un concetto, riesce a farle apprezzare perché parte di un percorso, di un ragionamento, le propone in un contesto. Il fondatore di facebook, Mark Zuckerberg, prevede che il prossimo passo sarà il ‘frictionless sharing’, cioè che qualsiasi canzone tu ascolti venga catapultata istantaneamente sulla tua pagina facebook. Condivisione permanente, infinita. Anche lo ‘sharing’ diventerebbe fast food, questione di quantità anziché di qualità. Contro l’idea del ‘frictionless sharing’ si stanno già pronunciando diversi operatori del settore, e nascono ‘app’ dedicate alla condivisione ragionata, come “Share My Playlist”, con la quale si possono creare e condividere playlists costruite dal catalogo di Spotify, e anche qui la ‘curation’ risulta un concetto essenziale. Non è un caso che una delle playlist più popolari sia “Rolling Stone’s 500 Greatest Songs Of All Time”, con 40.000 utenti. Qui il nome e l’autorevolezza del curatore (la rivista Rolling Stone) è considerata un valore ed una garanzia di qualità. Personalmente, non ho nessuna intenzione di condividere ‘frictionless’ tutta la musica che ascolto, semplicemente perché molta è brutta. I ‘curators’, i divulgatori di musica, i djs, da molto prima che esistesse Internet di mestiere ascoltano una sacco di roba, selezionano quella che vale la pena di condividere, e la condividono secondo una logica e un criterio il più funzionale possibile. Anche in anni recenti, sulla pagina personale di My Space c’era la possibilità di linkare solo una canzone, e con quella dovevi esprimere quello che volevi, il tuo messaggio, la tua personlità o il tuo stato d’animo (a questo concetto si ispira la nuova iniziativa online “This Is My Jam”, in fase di lancio). Voglio continuare ad avere la libertà di selezionare, di usare la rete per orientare qualcuno e per trovare qualcuno che mi orienti verso la scoperta di nuova musica, decidendo con la sensibilità umana che nessun algoritmo potrà mai eguagliare la ‘Slow Music’ di qualità con cui comunicare.





