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mancanoglipazi #126

E’ sempre così: quando arriva l’ultimo giorno vorresti che il SXSW non finisse mai. Hai preso i tuoi ritmi, hai superato il jet lag, hai fatto e visto cose così belle e utili, hai incontrato persone interessanti e ti senti così bene che ti sembra impossibile che tutto ciò possa finire. E allora non si potrebbe fare in modo che durasse tutto l’anno? Pensiamoci un attimo: il SXSW rappresenta un modello economico sostenibile. Qui c’è gente che produce, vende, compra, consuma, realizza progetti, costruisce iniziative, è un sistema che sta in piedi da solo, e anzi, gli investimenti che le aziende fanno per 5 giorni (tipo costruire ed allestire spazi perfettamente funzionanti per accogliere eventi di musica live) se spalmati sull’anno intero ammortizzerebbero molto meglio la spesa. “La città della musica”, dai cazzo non sarebbe fantastico? Altro che il sogno di Fonopoli. Vuoi vivere con la musica pop? Organizzare festival, gestire artisti, suonare, fare programmi radio, videoclip, incidere dischi, vieni ad abitare a Austin. Questi sono giorni in cui chiunque incontri ragiona come te. Siamo tutti della stessa tribù, parliamo lo stesso linguaggio anche se veniamo da tutto il mondo. E’ dal 2004 che ogni volta che vengo qui me ne vado con la rassicurante sensazione che c’è altra gente come me, e non mi sento solo. Guardate che non è facile vivere una vita, personale e professionale, circondato da gente che non ha mai capito che cacchio fai, perchè lo fai, come mai non hai un “lavoro vero” e come possa essere considerato un mestiere occuparsi di canzoncine. Qui invece siamo tra noi e ci capiamo tutti. Lo dicevo ieri sera a una amica che è qui per la prima volta: guarda che quando torni in Italia ti viene il “down”. Arrivi pieno di entusiasmo, carico a mille, con il serbatoio pieno della benzina creativa che ti servirà per tutto l’anno e subito ricominciano le frustrazioni quotidiane. Intendiamoci, potrebbe esserci anche, che ne so, “La città del calcio”, o quella del tennis, della gastronomia, del teatro, potremmo riorganizzare il mondo così, per “aree tematiche”. Scusate, c’è o no la Silicon Valley dove stanno tutte le aziende digitali? E allora perchè non possiamo farlo per la musica, vacca di quel cane. Io traslocherei qui domattina, come stanno facendo 150 persone al giorno (statistica appena uscita) che vengono a vivere ad Austin, compresi molti newyorkesi, perchè qui si sta bene, c’è il sole, costa tutto meno e c’è una vita culturale vivissima. Una città in ascesa clamorosa. Ieri sera, il venerdì del SXSW, quasi non si riusciva a camminare lungo Sixth Street per quanto era strapiena della gente più strana del mondo. Pioveva, stranamente (ma ha smesso dopo un’ora) e ci siamo rifugiati nel tempio del blues, Antone’s, una delle più storiche sale d’America, per aprire la serata con un incredibile concerto del Nonno del funk George Clinton con i Parliament Funkadelic, 15 persone che non si sa come facessero a starci su un palco piccolissimo, ma energia a mille. Poi alla Youtube Music House, che si è rivelato il club più accogliente e meglio organizzato di quest’anno, abbiamo assistito ad un bellissimo dj set di Jamie XX per poi finire da Stubb’s per Santigold ma invece beccando il concerto molto elettronico di Charlie XCX. “Energia” è la sensazione che ho avuto da tutte le performances della serata, e l’energia va oltre il successo. Vedendo dei performers ultra energetici come quelli di ieri sera, diversissimi tra loro, un vecchio leone del funk, un giovane dj produttore, una cantante pop in voga, avevi la sensazione che l’obbiettivo di un artista possa non essere quello di scalare le classifiche, di vendere dischi o di venire trasmesso alla radio, ma quello di emanare energia e condividerla con il pubblico. Così fai bene il tuo lavoro, e la gente di quella energia ne ha bisogno. Sempre. Energia ed emozione. I Chvrches, scozzesi, delicati e poetici, visti ieri pomeriggio, forse non sono molto energici ma trasmettono pura emozione, così come altre piacevoli sorprese intercettate sui vari palchi, come gli australiani Methyl Ethel, di cui sentiremo parlare, la clamorosa ragazza newyorkese Empress Of (una specie di giovane Bjork un po’ M.I.A. ma con le canzoni) e i californiani Bird Dog, giovani nipoti di Eagles e CS&N. Perchè, parliamoci chiaro, le canzoni pop di successo del momento, perfette, prodotte benissimo, rassicuranti, che abbiamo sentito da giovani postar come Lukas Graham e Troye Sivan, sono un po’ tutte la stessa roba. Sapore soul, ritmi accattivanti, testi d’amore, ritornello “catchy” e voci ben impostate, tutti figli di Bublè, cugini di Sam Smith, compagni di scuola di Charlie Puth, fratelli di Justin Bieber e figuranti di “Glee”. Energia ed emozione sono altrove, sono caratteristiche tipiche del rock’n’roll, altra ferita aperta del SXSW. I due concerti rock del festival sono stati quello di cui abbiamo già scritto di Iggy Pop con Josh Homme, e a sorpresa il clamoroso show dei vecchi Soul Asylum (“ma esistono ancora?” ci ciamo chiesti) che hanno chiuso la serata di raccolta fondi “Stand Up 2 Cancer” giovedì al Belmont. Dei leoni, un sound potente, scaletta killer, loro sorridenti sul palco, energia, emozione e le fottutissime CANZONI, perdio. Ma sono degli anni ‘90! Ditemi una rock band che ha scritto un pezzo come “Misery” negli ultimi 20 anni. Eh? Cazzo. Fatemi. Sentire. Una. Cacchio. Di. CANZONE! 25 anni fa c’è stata l’ultima rivoluzione del rock, guidata dai Nirvana e poi tutti dietro, con le chitarre elettriche che dominavano le classifiche e le radio. Da allora state tutti dormendo. Tony Visconti, nel suo discorso, ha detto: “Viviamo un momento in cui le formule vengono ripetute più di quanto lo siano state nel passato. Nelle canzoni pop e rock sento poche note, qualche loop, una voce e un computer manovrato da qualcuno che ne sa qualcosa. Non sento una band”. Neanche io. Band, non vi sento, dove siete? “Il nuovo David Bowie è da qualche parte nel mondo” ha concluso Visconti, che con Bowie ha lavorato 40 anni. E allora che venga fuori. Lasciate a casa quelle cacchio di camicie Urban Outfitters e le All Star. Non siete Kurt Cobain. Riprendete il giubbotto di pelle e gli stivali neri, tirate fuori l’energia, scrivete delle canzoni che ci facciano rivoltare le viscere e continuare ad essere felici. Perchè a noi del rock’n’roll la felicità arriva solo da lì. “Quanto ti stai divertendo?” mi ha detto ieri sera una persona. Una frase che di solito un genitore dice a un figlio. Invece me l’ha detta una ragazza che ha l’età di mia figlia. Si chiama Joan Thiele, e ha suonato qui, mettendoci tutta la grinta, l’entusiasmo e l’emozione che una ragazza di 2o anni deve tirar fuori se nella vita vuole fare la cantante. Il mondo, il nostro mondo, la nostra “città della musica” dipende da voi, e le vostre canzoni ci faranno rimanere sempre giovani. E se non traslochiamo qui nel frattempo, ci rivediamo tra un anno.