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mancanoglipazi #129

Duecentomila spettatori. Questo il dato finale del Primavera Sound. Che non vuol dire 200.000 biglietti venduti, bensì il totale di chi è entrato nelle varie aree del festival: 55.000 persone al giorno al Parc Del Forum (totale 165.000) più 21.000 nella giornata del mercoledì in vari club della città, e il resto domenica con la tradizionale appendice al Raval e all’Apolo. Parlando di numeri l’organizzazione ha dichiarato che l’area più grande del festival, cioè lo spiazzo enorme tra il palco H&M e il palco Heineken, ha una capienza di 50.000 persone. Il che significa che durante i Radiohead erano quasi tutti lì, mentre cinque o seimila persone si dividevano la presenza agli altri palchi. Un dato che mette per sempre una pietra sullo sbandierato milione di presenze al Concerto del Primo Maggio a Roma. Una volta per tutte, Piazza San Giovanni non è più grande dell’area tra i due palchi principali del Primavera Sound. Piazza San Giovanni la riempi con 50.000 persone. Chi parla di centinaia di migliaia dice cazzate sapendo di dirle. Il numero di biglietti venduti non è stato rivelato, sicuramente la maggioranza erano abbonamenti per i 3 giorni, con una minoranza di biglietti giornalieri, specialmente per la giornata dei Radiohead dove si notava una folla decisamente più abbondante. Difficile dunque fare i conti in tasca agli organizzatori, che però nella conferenza stampa finale hanno fornito cifra interessanti. Ad esempio: tutto il festival costa 12 milioni di euro, che potrebbe anche sembrare poco tenendo conto di tutti i costi connessi ad artisti, pulizie, montaggi e smontaggi e mille altre voci di spesa. Dalla pubblica amministrazione il festival riceve un contributo di poco inferiore ai 300.000 euro (hanno dichiarato tutte le voci degli organismi pubblici in modo molto preciso). La parte del leone senz’altro la fanno i “main sponsor”: Heineken, H&M, Adidas, Rayban, ovviamente i biglietti venduti e le percentuali su chiunque venda qualcosa, soprattutto cibo e bevande. In tre giorni, raramente ho visto qualcuno che non avesse in mano uno o due bicchieri di birra Heineken. Non oso pensare al numero spropositato di ettolitri di birra che è stata consumata. Insomma, l’economia di questo festival funziona eccome, e si regge in parte anche su scelte intelligenti come quella di mettere in vendita a prezzo scontato già dalla prossima settimana gli abbonamenti per l’anno prossimo, così, al buio, sulla fiducia, sfruttando l’effetto “acquisto compulsivo” generato dalla sensazione di “ne voglio ancora” con cui tutti se ne sono andati domenica mattina quando il festival è finito. In questi “day after” si leggono sui forum online gli effetti depressivi da fine festival, crisi di astinenza da musica live, ricerca spasmodica di altre adunate musicali al più presto. Le date del Primavera Sound 2017 sono state annunciate: sarà dal 31 Maggio al 4 Giugno, quindi di nuovo con il ponte del 2 Giugno dentro, il che favorisce gli italiani che infatti quest’anno sono diventati la popolazione straniera più presente al festival. Perchè il 52% del popolo del Primavera Sound arriva da fuori Spagna e da ben 124 paesi del mondo. Pensate l’indotto. Alberghi, ristoranti, taxi, biglietti di metropolitana ma anche visite ai musei, souvenir, turismo. Il Primavera Sound per Barcellona è una fonte di entrata notevole e la città lo sa, infatti i servizi funzionano, la polizia collabora e tutto va per il verso giusto. Dal punto di vista del contenuto artistico la serata finale, per quanto mi riguarda, girava tutta intorno a Brian Wilson con il concerto in cui ha riproposto interamente il capolavoroPet Sounds” uscito 50 anni fa. Solo su quell’ora e venti minuti ci sarebbe da scrivere altro che un post quindi mi limito a dire che è stato uno dei momenti più belli della mia vita che mi è ripassata davanti a partire da quando mio fratello portò a casa la copia nuova di quel disco appena uscito e lo mise sul giradischi. Il concerto di PJ Harvey è stato per molti il momento topico del festival, e va detto che lei ha mostrato un carisma, una solennità, un’eleganza davvero uniche, l’avevo vista a Glastonbury nel 1995 e sembra più giovane adesso, e poi la band è straordinaria (non lo diciamo perchè ci sono dentro tre musicisti italiani). Dopo di lei Sigur Ros e poi Moderat a chiudere le danze sui palchi grandi mentre su tutti gli altri si alternavano rapper spettacolari come Pusha T e Action Bronson, ritorni di vecchie band di rock estremo come Venom e Unsane, nomi “indie” del momento come Parquet Courts e la noiosetta Julia Holter, sicurezze da festival come Ty Segall e Chairlift. Personalmente la sorpresa sono stati i Roosevelt, tipico momento in cui a un festival scopri qualcosa che non conosci perchè un amico scrive sul gruppo Whatsapp “Ragazzi, al palco Pitchfork presa bene ‘80s”. E ti trovi davanti un trio tipo i Phoenix, allegri ed elettronici con melodia che finiscono il set con la cover di “Footsteps” di Womack & Womack. Wow. Si continua a girare tra un palco e l’altro. Partendo dal Beach Club e arrivando all’Heineken Stage all’altro capo del festival senza fermarsi si cammina per 20 minuti. Un amico con l’orologio da runner ha calcolato che in un solo giorno abbiamo camminato 20 chilometri dentro il festival. Si fanno le 4 di notte e la scelta è tra la spiaggetta dove si mormora di un dj set non annunciato di John Talabot, oppure la tradizionale messa cantata al RayBan Stage con il gran finale di Dj Coco, idolo locale a cui è affidata ogni anno la chiusura, che comincia con “Space Oddity” seguita da “Jump Around” tra il giubilo della folla e va avanti fino all’alba. Ma i veri temerari, quelli che non vogliono far mancare il proprio voto alle elezioni italiane e hanno una famiglia da raggiungere, fanno il “dritto” ed eroicamente si muovono dal festival verso l’aeroporto. Il primo aereo del mattino per Milano è pieno di zombies felici ed esausti che crollano sul sedile e si risvegliano nella realtà della vita quotidiana. “Vuoi un caffè? Hai l’aria sbattutina, non hai dormito bene?” dice la pasticcera vedendomi arrivare domenica alla solita ora con il mio cane. “Si grazie Titti, un caffè, anzi, fallo doppio”, rispondo, e il pensiero vola a Dj Coco. Ci vediamo l’anno prossimo.