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mancanoglispazi #124

Il protagonista di stamattina al SXSW era Tony Visconti, lo storico produttore di David Bowie, quello che gli è stato a fianco fino all’ultimo giorno e che nella sua vita ha lavorato anche con Paul McCartney, Morrissey, Marc Bolan, Manic Street Preachers, Gentle Giant e tanti altri. Nato a Brooklyn da immigrati napoletani appassionati di musica ha raccontato la sua vita di giovane chitarrista che amava sia Leonard Bernstein che Buddy Holly, che suonava ai matrimoni, e che quando ascoltò “I want to hold your hand” dei Beatles decise che doveva andare a Londra e diventare un produttore di dischi. Affascinato dal lavoro di George Martin mette archi ovunque, anche in brani duri come “Children Of The Revolution” dei T.Rex, trasformando Marc Bolan da cantante folk a rockstar, e il cerchio si chiude quando McCartney gli chiede di arrangiare gli archi di “Band On The Run”. Quando gli propongono di conoscere il giovane David Bowie per produrgli un disco i due passano la giornata insieme fino ad andare a vedere al cinema “Il coltello nell’acqua” di Polanski, diventano amici, ma quando gli propongono “Space Oddity” Tony la rifiuta perchè “Non ci vedevo una hit” e la passa all’amico Gus Dudgeon, ma anziché ripudiarlo per questo affronto Bowie gli affida tutto l’album “The man who sold the world”, che ancora oggi Visconti esegue live con la sua band Holy Holy, e da lì comincia una vita di lavoro insieme. “Nel passato avevamo i master dei dischi e ne facevamo delle copie. Ogni copia perdeva un po’ di qualità. Oggi mi sembra di sentire in giro tante copie che non hanno la qualità di un originale. I dischi suonano tutti uguali, gli artisti non vengono curati a dovere e le case discografiche non pensano più che il loro prodotto è cultura”. Il concetto di prodotto culturale è tornato poco dopo il Keynote di Tony Visconti, quando in un’altra sala Don Cheadle ha presentato il film “Miles Ahead” insieme ad alcuni famigliari di Miles Davis e al curatore della colonna sonora Robert Glasper. “Non ho voluto interpretare Miles Davis - ha detto -, ho provato a fare le cose che faceva lui. Ad essere Miles Davis”. In un festival nato per scoprire nuovi talenti la storia della musica, che sta rapidamente diventando leggenda, si fa sentire. Ieri sera concerto epico di Iggy Pop con Josh Homme e il resto del team che ha prodotto il nuovo album “Post Pop Depression” che esce domani. Uno show dove anche i classici di Iggy Pop diventavano “desert” e che faceva riflettere sull’incontro di ieri pomeriggio che affrontava il classico argomento del rock che sarebbe morto. E allora tutti lì a dire che il rock non è morto, che bisogna avere pazienza, che tornerà, che il rock è in ognuno di noi e tutte le solite cose. Però basta guardarsi intorno in questi giorni per capire la situazione. Dopo Iggy siamo andati a sentire Eleanor Freidberger, che ci piace assai. Prima di lei c’era una band di Seattle (Seattle, cane di quel porco, mica Vidigulfo, sarete pur cresciuti con un filino di imprinting in quella città, vacca bestia?) chiamata Car Seat Headrest, che poveretti ce la mettono tutta a fare i tormentati che urlano, ma cacchio quegli occhialetti da nerd e quel golfino da studentello? Stessa cosa poco dopo all’Elysium con Ezra Furman and the Boy Friends. Che palle. Se il rock è morto, o se comunque ci sentiamo abilitati a poter sostenere una tesi del genere, è perchè da troppo tempo il rock non esprime più la potenza, le canzoni e il carisma. Il concerto di Iggy era un prodigio di potenza, carisma e canzoni. Non è un caso che Josh Homme, Dean Fertita e Matt Helders vengano da alcune tra le ultime rock band che hanno espresso potenza, carisma e canzoni (Queens Of The Stone Age e Arctic Monkeys). Da quando il mondo “indie” si è popolato di nerd occhialuti si è persa l’eterosessualità del rock ed è stata la fine. Ecco perchè oggi sul rock coi giubbotti e gli stivali ci fanno le serie televisive, ecco perchè un settantenne come Iggy, miracolosamente ancora vivo, fa ancora effetto sulle ragazze, perchè le copie non hanno la qualità degli orginali e perchè il carisma sembra non essere più un requisito necessario. Detto questo, ieri è stata un’altra giornata di scoperte interessanti di nuovi artisti, quasi tutti del mondo r’n’b o rap: i super funk Anderson Paak & The Free Nationals, la carinissima Kehlani, e il rapper “di cui si parla un casino in questo periodo” Vince Staples, headliner della serata allo Stubb’s. Noi continuiamo il giro e magari stasera scopriamo il futuro del rock, non si può mai sapere. In caso ve lo diciamo su queste pagine. Nel frattempo voi tirate fuori un po’ di potenza, carisma e canzoni, che da queste parti ce n’è bisogno.