di Luca de Gennaro
Fino a qualche tempo fa era facile, per un artista, capire da dove arrivavano i soldi. Ogni volta che qualcuno comprava un tuo disco, la percentuale pattuita con la casa discografica e scritta sul contratto dopo un po’ finiva nelle tue tasche. L’arrivo di iTunes aveva reso questo sistema ancora più semplice, tagliando una serie di vocine apparentemente subdole ed incomprensibili legate al ‘packaging’ e alla distribuzione previste su ogni contratto. Se qualcuno spende 1 euro per una canzone, qualche centesimo ti spetta. Oggi pero’ tutto è più complesso. L’accesso gratuito alla musica attraverso Youtube, Spotify ed altre piattaforme genera denaro per chi ne ha diritto, ma non è facile tracciarne il percorso e soprattutto le giuste quantità dovute. Parliamo ad esempio dei sistemi di abbonamento, tra i quali Spotify è il più diffuso. Secondo le stime pubblicate da NME, se una canzone viene ascoltata in streaming 60 volte l’autore riceve una royalty di circa 9 centesimi, mentre l’interprete e la casa discografica ricevono un po’ meno di 20 centesimi ciascuno. Non è una formula generale, e le percentuali dipendono dal tipo di contratto, dal numero di abbonati al servizio e dalla popolarità dell’artista, ma è un esempio attendibile. Le formule sono complicate e cambiano secondo una serie di variabili non facili da comprendere con precisione. Per ciò che riguarda iTunes, dato il prezzo di circa 1 euro per l’acquisto online di una canzone, la casa madre del software, Apple, si tiene il 30% (circa 30 centesimi). I rimanenti 70 vanno alla casa discografica. Una percentuale di questi finisce sul conto in banca dell’artista a seconda del tipo di contratto. Mettiamo che il tuo preveda una royalty del 15%, il tuo guadagno sarà di circa 10 centesimi. I restanti 60 centesimi servono alla casa discografica per pagare le spese di produzione, promozione, marketing, video, e se ci riescono anche per farci un po’ di profitto. Non vuoi dividere questi guadagni con la label? No problem, invece di firmare un contratto discografico tradizionale vai da un ‘aggregatore’ che per una cifra concordata fa circolare le tue canzoni su iTunes e altre piattaforme, e a quel punto tutti i 70 centesimi a canzone, tolte le spese che dovrai sostenere, sono tuoi, però devi pensare tu a fare, o ad affidare ad agenzie indipendenti specializzate, tutto il lavoro che la casa discografica avrebbe fatto per te. Fino a qualche anno fa era impossibile, ora si può. Sta a te scegliere la via che preferisci. Quello che negli ultimi anni è diventato veramente profittevole per artisti e case discografiche è YouTube, il che sembrerebbe paradossale visto che per gli utenti è gratuito. Innanzitutto, il tuo video può essere arricchito da banner e spot pubblicitari, e questo ti garantisce una fetta degli introiti. Anche se la tua canzone è utilizzata come base per filmati amatoriali o risuonata dal ragazzino che si riprende nella cameretta, un sistema di tracciamento del brano musicale ti fa arrivare i diritti d’autore dovuti. Un artista può arrivare ad incassare circa 1 euro ogni 1000 visualizzazioni del brano, ma anche questo dipende dal tipo di contratto con la propria etichetta, ed infatti gli artisti che non hanno legami discografici possono guadagnare bene. Un esempio su tutti sono gli Ok Go, campioni riconosciuti di creatività nei videoclip e non più sotto contratto con la EMI, che beneficiano direttamente degli incassi derivati da milioni di visualizzazioni online. Eric Garland, alla guida del sito Big Champagne che calcola i numeri della circolazione (anche illegale) di musica in rete e vende il servizio alle case discografiche, dice in proposito: “Ci sono artisti che fatturano decine di migliaia di dollari al mese da YouTube, e che guadagnano di più dalle visualizzazioni su YouTube che dalle vendite su iTunes”. Un’altra voce di guadagno che si sta sviluppando, per ora solo negli U.S.A., e’ quella derivata dai servizi radio online, come Pandora, che dopo anni di negoziati riconoscono all’industria musicale circa il 25% dei loro ricavi, oppure circa 0,01 centesimo a canzone, attraverso agenzie specializzate in ‘music collecting’ come Sound Exchange, che poi ripartisce i ricavi riconoscendo il 50% al proprietario dell’opera (di solito le case discografiche) e il 45% all’artista. Ci avete capito qualcosa? Non preoccupatevi, quanto e come si guadagna con la musica in questo momento storico non è chiaro a nessuno. Quello che però è chiaro è che i sistemi di retribuzione per chi fa musica si sono moltiplicati, e pur nel mondo della fruizione gratuita delle canzoni da parte del pubblico, autori, interpreti e discografia stanno ricavando la loro sacrosanta ricompensa per il lavoro svolto. Sono pochi soldi? Meglio pochi che niente, e poi è la famosa ‘coda lunga’. Anche nella musica si è passati da un sistema in cui si vende tanto con un metodo solo, a quello in cui vendendo poco ma in tanti modi diversi alla fine chi merita viene ricompensato. E questa è già una bella notizia.





