mancanoglispazi #34

Data: 24 gennaio 2012

di Luca De Gennaro

Quando è uscito il loro nuovo album Mylo Xyloto, i Coldplay hanno deciso di non metterlo a disposizione degli abbonati di Spotify, il servizio di streaming su abbonamento che ancora non è stato lanciato in Italia ma è molto popolare in diverse nazioni europee, inclusa l’Inghiterra, oltre che negli USA, dove è stato lanciato nel Luglio del 2011. L’album ha venduto nella prima settimana di uscita in Uk 208.000 copie in formato fisico e 83.000 in formato digitale (fonte Official Charts Company), battendo il precedente record di vendite digitali detenuto da “Progress” dei Take That nel 2010 con 79.800 copie nella prima settimana. Il grande successo del 2011, “21” di Adele, aveva venduto 76.000 copie digitali nei primi 7 giorni. L’album di Adele non è mai stato disponibile su Spotify, ed è il primo album della storia ad avere venduto più di un milione di copie su ITunes in Europa. Questo cosa ci insegna, che Spotify fa diminuire le vendite digitali dei dischi? Che gli artisti non ne hanno bisogno? Che è meglio boicottarlo? Ci sono alcuni grandi artisti che hanno scelto di essere assenti da Spotify, come Bob Dylan o i Beatles, i quali hanno firmato un contratto di esclusiva e a termine con ITunes. Ma tutta la discografia dei Coldplay, a parte il nuovo album, è regolarmente disponibile su Spotify. Evidentemente i Coldplay volevano giocarsi tutte le carte possibili per esordire al primo posto in classifica, e ci sono riusciti, anche se la settimana successiva il loro album è stato scalzato dal n.1 da “Ceremonials” di Florence & The Machine, che invece è regolarmente disponibile su Spotify. L’esposizione su Spotify rende disponibile l’ascolto di un album prima dell’eventuale acquisto, quindi ne può rivelare anche gli aspetti deboli, e questo era forse il timore dei Coldplay. Quando nel 2009 uscì “No Line On The Horizon” degli U2, venne messo su Spotify una settimana prima dell’uscita attraverso un accordo con il quotidiano inglese Guardian. Il risultato parzialmente deludente di vendita di quell’album fece pensare che chi lo avrebbe certamente comprato a scatola chiusa il giorno dell’uscita, aveva invece cambiato idea dopo avere avuto l’opportunità di ascoltarlo in anteprima. Dunque, rimanere fuori da Spotify è stata molto probabilmente una scelta che i Coldplay hanno legato alla paura di non vendere abbastanza, sebbene ogni album della loro carriera finora abbia sempre venduto più copie di quello precedenti. Un trend in completa controtendenza rispetto al declinante mercato discografico. Qui il dato sorprendente è che Mylo Xyloto è stato solo una settimana al n.1, dunque probabilmente ci sarebbe andato anche se fosse stato su Spotify come quello di Florence & The Machines. Il che ci porta ad una riflessione sulle abitudini sempre in divenire dei consumatori. Da una parte, i tre quarti degli introiti delle case discografiche sono ancora basati sulle vendite del prodotto fisico, e la maggior parte degli acquirenti di CD non ha mai scaricato una canzone dalla rete. Nella fase di lancio dell’album “Circus” dei Take That, nel 2008, le ricerche di mercato della Universal portarono al risultato che la maggioranza dei fans della band non avevano idea di come si scaricasse una canzone e non erano sicuri che un brano acquistato su ITunes avrebbe potuto essere ascoltato sui loro Ipod. Ma esiste una sempre crescente fetta di pubblico per il quale il futuro della musica in digitale è ‘access based’ e risiede nella ‘cloud’, non nella memoria del vostro computer. Puoi ascoltarla quando vuoi senza bisogno di possederla. Dunque, la decisione dei Coldplay è criticabile perché focalizzata solo sulle vendite a breve termine (quelle della settimana di uscita), mentre l’industria musicale ha bisogno di convincere il pubblico che comunque non compra musica a usare i servizi di streaming in abbonamento anzichè rivolgersi direttamente al file sharing illegale. Se i grossi nomi non mettono la loro musica su Spotify, il fan penserà che è un servizio incompleto e poco attendibile e sarà meno disposto a spendere quei pochi euro al mese con i quali può accedere a tutta la musica e quindi foraggiare anche gli artisti che ne hanno più bisogno dei Coldplay. “Quello che salverà il tipo di remunerazione degli artisti è l’economia di scala – commenta il responsabile dell’area digitale della Universal Uk -. L’industria deve supportare questi servizi. I Coldplay dovrebbero pensare che gli utenti abituati a Spotify non compreranno il loro album su ITunes se non lo trovano li’”. Tutte le abitudini di consumo oggi possono e devono coesistere, offrendo tutte le opportunità alle diverse tipologie di consumatore, quelli affezionati al disco fisico (CD o vinile), quelli che scaricano ma vogliono comunque possedere la musica, coloro ai quali basta lo streaming e naturalmente quelli che non sono proprio più abituati a spendere un soldo per la musica. Infatti, Mylo Xyloto è stato immediatamente disponibile in qualunque sito di file sharing illegale, passato da un computer all’altro senza che nessuna delle parti coinvolte, la band, la loro casa discografica, Spotify, vedesse un dollaro da tutto ciò. Un caso sul quale riflettere…