mancanoglispazi #35

Data: 31 gennaio 2012

di Luca De Gennaro

Sfatiamo una volta per tutte un mito: non è vero che ormai la musica circola gratuitamente e che nessuno ci guadagna. La realtà è che i soldi nel business musicale oggi fanno un giro diverso da prima, perché l’economia non è più basata sull’acquisto e il possesso. Il principale problema dell’industria musicale negli ultimi 20 anni è stata la ‘pirateria’, dai dischi contraffatti fino a Napster e poi E Mule. Proviamo però a vedere il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto. Rovesciamo il punto di osservazione. Per gli artisti la libera circolazione della musica in rete vuol dire contatto diretto con i fans e possibilità di fare arrivare al pubblico la propria musica, e tutto questo gratuitamente! Questa si che è una bella notizia. Il cambio dell’infrastruttura ha creato un nuovo ecosistema della musica. Si è passati dal modello del possesso a quello dell’ascolto. Non importa se compri qualcosa. Importa se la usi. Tempo fa un amico mi mostrava orgoglioso un sito pirata da cui scaricava gratuitamente tutta la musica che voleva. “Poi se vuoi rendere tutto più rapido e senza limitazioni basta abbonarti a questo servizio di file sharing veloce, che costa 10 euro al mese”. Ecco, visto? Ti illudi di avere tutto gratis, ma stai comunque dando 10 euro al mese a qualcuno. La percezione però è di non dare i tuoi soldi a chi ti fornisce la musica, ma a chi ti rende possibile un ‘upgrade’ tecnologico per scaricarla più facilmente. Ora che le abitudini di accesso e consumo sono cambiate il prossimo passo è dunque abituare la gente a pagare una piccola cifra per abbonarsi alla musica, e ripartire equamente i ricavi tra gli aventi diritto. Se questo sistema prende piede, torneranno ad esserci fonti di guadagno per gli artisti, e per più artisti di prima, perché se tutto il tuo consumo di musica è compreso nel prezzo mensile, perché non andare a esplorare mondi nuovi, anziché rimanere solo su quello che già conosci? Non costa niente. O meglio, quello che costa lo hai già pagato. A questo proposito, dopo  avere parlato della questione tra Coldplay e Spotify la settimana scorsa, torniamo sul più diffuso sistema di streaming musicale del mondo in abbonamento. Nato in Svezia, lanciato 3 anni fa in Europa e arrivato nel luglio 2011 in USA, è basato sul modello cosiddetto “freemium”, con il quale gli utenti hanno accesso gratuito all’ascolto della musica, e in questo caso ascoltano anche comunicati pubblicitari tra i brani, oppure pagano un abbonamento mensile per avere in cambio accesso illimitato a tutta la libreria musicale senza pubblicità e la ‘portabilità’ del servizio sul proprio smart phone. Spotify ha oggi 3 milioni di abbonati, e in Svezia genera più introiti per le case discografiche di I Tunes. I suoi guadagni derivano sia dalla pubblicità indirizzata agli utenti ‘free’, che dagli abbonamenti degli utenti ‘premium’. Jonathan Forster, general manager di Spotify Europe, dice “Non è vero che la gente ascolta lo stesso genere di musica o solo gli artisti famosi. Solo il 6% degli ascolti su Spotify viene da artisti nella Top Ten. La gente oggi ascolta molta più musica da diversi artisti e generi”. Sulla questione è intervenuto pochi giorni fa uno dei più influenti personaggi del music business, il manager degli U2 Paul McGuinness, che parlando al Midem di Cannes ha sostenuto che malgrado non ci sia ancora sufficiente trasparenza sui benefici finanziari che può portare agli artisti, che quindi lo percepiscono, per il momento, più come una opportunità promozionale che di business, il sistema è “in fondo una buona cosa”. “Non c’è motivo per cui il modello di Spotify non debba essere parte del futuro. E’ essenzialmente onesto quindi va incoraggiato. Vorrei che venisse adottato in tutto il mondo”. Quello che è certo è che da qui non si torna più indietro. Nel passato poche radio e pochi canali tv dominavano il mercato della diffusione musicale e orientavano i gusti del pubblico, che comprava in gran parte ciò a cui veniva esposto. Oggi non solo l’ascoltatore/consumatore ha molte più possibilità di sperimentare e scoprire, ma anche gli stessi artisti possono produrre musica senza più essere ossessionati dall’idea che se non verrà passata dalle radio nessuno la conoscerà, perché verrà comunque diffusa liberamente online. E se in questo scenario innovativo purtroppo, molta gente ha perso il lavoro per la contrazione del business discografico, è anche vero che contemporaneamente si sono sviluppati nuovi mestieri nell’ambito della tecnologia. I nuovi padroni del music business non sono più gli irraggiungibili presidenti delle majors del disco, ma i giovani che hanno inventato nelle loro stanzette aziende come Spotify, Soundcloud, Pandora, Songkick, Soundhound. E’ un nuovo mondo. Siete pronti a salire a bordo?