mancanoglispazi #45

Data: 21 marzo 2012

di Luca De Gennaro

Come avrete visto se avete seguito le note pubblicate la settimana scorsa qui e sulla mia pagina facebook dalla South By Southwest Music Conference di Austin, conclusa da pochi giorni, uno degli argomenti più dibattuti da tutte le possibili angolazioni, anche perché è tra i più interessanti per i musicisti di nuova generazione, è stato quello dei ricavi dalla circolazione della musica sulla ‘Cloud’. Le risposte, diciamolo subito, non sono chiare, per il momento. In un incontro dall’emblematico titolo “Pennies from the celestial jukebox” si è cercato di decifrare i diritti digitali da streaming, le royalties, i possibili vantaggi. Nella confusione, comunque, aleggiava un certo ottimismo se non altro per il potenziale di questi servizi, ancora allo stato embrionale, che diventeranno più interessanti quanti più artisti vi aderiranno e quanti più utenti li utilizzeranno. Il manager dei R.E.M. Bertis Downs, che naturalmente ha vissuto e prosperato in una realtà industriale di altri tempi, ha detto “E’ un gioco diverso, un mondo diverso, e quindi i conti sono diversi”. Quello dello streaming è un mercato che cresce per accumulo di frazioni nel tempo. Tutti vedono nel lungo periodo un potenziale di ricavi dallo streaming paragonabile a quello dei download a pagamento, ma ancora una volta le case discografiche sono state messe sotto accusa per avere preso accordi poco realistici nei confronti delle società di streaming, motivo per cui Sean Parker (ex fondatore di Napster, poi partner di Facebook e ora socio di Spotify) aveva sentenziato un paio di giorni prima la sua previsione di una ‘guerra’ tra artisti e case discografiche su questo argomento. Uno dei comuni denominatori delle discussioni era proprio la salvaguardia degli artisti dalla poca chiarezza in questo ambito, ed è ovvio che nell’immediato futuro sarà necessario rendere più fluido il sistema, visto che si tratta del futuro della distribuzione musicale. Non è un caso che proprio al SXSW sia stata lanciata una nuova classifica di Billboard che traccia lo streaming delle canzoni, e i cui dati confluiscono nella Hot 100 ufficiale insieme a quelli della vendita fisica, digitale e ai passaggi radio. Un momento storico di presa di coscienza, da parte dell’ organo ufficiale dell’industria musicale, della fruizione della musica che cambia e si rinnova. I servizi di streaming monitorati dalla classifica sono Mog, Muve, Rdio, Rhapsody, Slacker, Spotify e prossimamente Zune. I numeri di un brano al n.1 della classifica degli streaming sono, secondo Billboard, il triplo del n.1 nella classifica dei download. Nel 2005, secondo i dati Nielsen, gli streams erano 80 milioni alla settimana, oggi sono 500 milioni e in crescita costante. Bei numeri, certo, ma che generano poco. I famosi penny dal juke box celestiale. In un’altra conferenza è stato dimostrato che Lady Gaga, come risultato di 1.700.000 streams su Spotify, ha generato un guadagno di 127 dollari. Non 127.000. Proprio ‘centoventisette’. Pochini eh? Ok, ma proviamo a vedere il bicchiere mezzo pieno. Pensiamo che sono 127 dollari che prima non c’erano, e che dai ricavi ‘zero’ del download illegale si sta cominciando, piano piano, a risalire, penny dopo penny, dal juke box del cielo.