Se ne è già parlato in rete nei giorni scorsi ma vale la pena di tornarci perché proprio qui, sulle pagine virtuali di ‘mancanoglispazi‘ andiamo ripetendo da tempo, quasi allo sfinimento, che ormai per ciò che riguarda la circolazione della musica viviamo nell’ ‘era dell’accesso’ ed è finita l’era del possesso. Ai giovani non interessa avere un album, un cd, o anche un piccolo pezzo di memoria del computer occupato da musica che sta lì, inerme. La musica c’è, è nell’aria, basta andare a prendersela, ascoltarla e poi buttarla quando devi fare spazio o quando non ti interessa più. Tanto se la vuoi recuperare anni dopo sai che la ritroverai con la stessa facilità. Il caso che negli ultimi giorni ha scatenato la discussione in rete è quello di Emily White, ventunenne stagista al blog “All Songs Considered” della NPR, radio pubblica americana (www.npr.org/blogs/allsongs). La giovane Emily ha scritto in un post che lei non ha mai vissuto la transizione dalla musica ‘fisica’ a quella ‘digitale’, e che pur essendo una grande appassionata e avida consumatrice di musica, tanto da dirigere la college radio dell’Università di Washington (www.wvau.org), nella sua vita ha comprato in tutto solo 15 cd, anche se nella sua libreria ITunes ci sono 11.000 canzoni. Con grande candore, Emily riconosce di non essere per niente affezionata al formato fisico della musica e che i suoi soldi da fan preferisce spenderli in biglietti per i concerti e magliette. Attenzione, Emily sottolinea che la sua collezione di musica non deriva da scarico illegale, ma da una serie di fonti diverse dal tradizionale negozio di dischi: album dei suoi famigliari, musica scambiata con gli amici, e non ultima la posizione privilegiata di chi, vivendo negli studi di una radio universitaria, ha accesso a centinaia di album promozionali da cui attingere. Dunque, tutto ok. E se si verificasse la spiacevole eventualità che tutti noi vecchi affezionati al disco tanto temiamo, cioè che l’IPod si rompa o si smarrisca? Nessun problema, dice Emily, non ci vuole molto a ricostruire una collezione di musica, e alle brutte su Spotify c’è tutto, in comodo streaming. Viaggiano leggeri, i giovani, e il mio pensiero va alle lacrime versate quando mi rubarono dal bagagliaio della macchina la valigia dei dischi in vinile che usavo per le serate da dj. Uno dei momenti più drammatici della mia vita musicale. Ma torniamo ad oggi e ad Emily, che continua: “Non credo che i miei amici pagheranno mai per avere un album. Penso però che pagherebbero per la comodità”. Niente di illegale, dunque, ma fammi fare tutto con facilità. “Quello che vorrei e’ un enorme catalogo alla Spotify che posso mettere in synch con il mio telefono e i vari altri dispositivi a casa. Un database universale grazie al quale chiunque possa accedere a tutta la musica registrata e le royalties vengano riconosciute agli aventi diritto (autori ed interpreti) in base al numero di volte in cui la singola canzone viene ascoltata, augurabilmente con più soldi per gli artisti rispetto a quello che percepiscono adesso. Tutto ciò che chiedo è la possibilità di ascoltare quello che voglio, quando e come voglio. E’ troppo?”. Non è troppo, anzi, con la tecnologia di oggi è legittimo ed anche rispettoso nei confronti dei diritti degli artisti. Il post di Emily White ha fatto scalpore proprio perché con chiarezza esprime un approccio realistico e legale, da parte di una rappresentante del mondo ‘giovane’, alla diffusione e al consumo della musica in questa epoca, e perché gli interlocutori di questi messaggi sono ancora una generazione di vecchi che non riesce ad adeguarsi ai tempi che cambiano. Autorevoli giornalisti e bloggers italiani tra cui Gianni Sibilla (musicreporters.rockol.it/giannisibilla) e Fabio De Luca (weekendance.tumblr.com/post) hanno segnalato la lunghissima lettera di risposta ad Emily scritta sul blog The Trichordist (thetrichordist.wordpress.com) dal musicista David Lowery, con un passato di militanza in band indie rock come Camper Van Beethoven e Cracker, oggi docente di Economia del mercato musicale all’Università della Georgia. Lowery posta una dettagliata disamina della situazione, con numeri e dati concreti ed una lucida analisi del funzionamento dei rapporti professionali tra artisti e discografia. Poi pero’ esagera quando mette in campo i suicidi di due artisti rock come Vic Chestnutt e Mark Linkous degli Sparklehorse facendone risalire i motivi a depressione e povertà estrema causate da una situazione finanziaria dovuta alla crisi del mercato discografico. E allora tornano in mente i tremendi spot anti-pirateria dell’industria musicale italiana, in cui veterani cantautori di cui nessun giovane si scaricherebbe un brano neanche gratis, figurarsi comprarlo, pretendono di colpevolizzare chi scarica illegalmente la musica. Ha ragione Emily, che con l’innocenza del bambino che dice “Il Re è nudo” fotografa la situazione e dimostra di non avere nulla ‘contro’ qualcuno, di non pretendere di ‘fregare’ chi produce musica, di cui anzi è appassionata sostenitrice, ma solo di desiderare che la musica circoli in maniera più appropriata ai tempi che viviamo e ai ‘devices’ elettronici che usiamo per ascoltarla, e che gli artisti ne vengano adeguatamente ricompensati. Per quello, per la ‘convenience’, i ragazzi sono disposti eccome a pagare. La dimostrazione, un’altra volta, e scusate se sono ripetitivo, la troviamo nella quotidianità casalinga. Mio figlio quindicenne ieri sera cercava un suono nuovo per la sveglia del suo telefono. “Papà, qui dice che si può scaricare la sveglia con un pezzo di Skrillex, per 1 euro e 30, posso?”. Ok, autorizzato. Ed ecco che una transazione di 1,30 euro è partita a beneficio di un artista che non pubblica dischi in formato tradizionale, la cui musica si trova liberamente in rete, ma che poi da un semplice jingle per la sveglia, derivato dal successo di un brano distribuito gratuitamente, ricava più che se quel brano lo avesse venduto tutto intero su ITunes a 0,99. Mio figlio ascolta gratis la sua musica tutti i giorni ma è stato disponibile a pagare per la ‘convenience’ della sveglia. “La porta di accesso vince su ciò che c’è dietro la porta”, chiosa Fabio De Luca nel suo post. Questo è il mercato, ragazzi, o si aprono gli occhi su questa realtà o non si va avanti.
mancanoglispazi #53
Data: 26 giugno 2012





