mancanoglispazi #55

Data: 2 agosto 2012

Su ‘La Repubblica‘ di Mercoledì 1 Agosto è stato dato grande risalto al sorpasso ‘epocale’ – nelle classifiche di vendita americane – della musica di catalogo rispetto alle novità discografiche. Il 51% del mercato è rappresentato oggi dai dischi di repertorio, che 10 anni fa erano solo al 38%. In Italia lo sbilanciamento è ancora più forte: 65% al catalogo, 35% alle novità. Questa è la notizia, che Gino Castaldo commenta riconoscendo ai classici del rock un indubitabile fascino e una ben maggiore appetibilità rispetto a qualsiasi prodotto nuovo. “Da una parte una distesa di dischi spesso inutili, dall’altra un luminoso cofanetto dei Pink Floyd: cosa scegliereste?”. Lo stesso Castaldo rileva anche che, rispetto al passato, paradossalmente oggi è più difficile trovare le cose nuove che interessano davvero: “Per rispondere adeguatamente alla nostra legittima sete di contemporaneità dobbiamo cercare in un fitto sottobosco di mille proposte, spesso nascoste, in ombra”. Già, le infinite strade della diffusione musicale, i milioni di proposte di musica nuova reperibili in rete rendeono tutto confuso e molto più complicato. Con il vecchio metodo la selezione era a monte: solo chi arrivava sugli scaffali dei negozi di dischi, chi riusciva a imbrigliare la sua musica dentro il fatidico pezzo di plastica rotonda e a renderlo disponibile al pubblico, solo lui entrava in gara e la ‘homepage’ era di facile consultazione: andavi nel tuo negozio di dischi di fiducia, guardavi la vetrina, chiacchieravi con il commesso esperto e facevi la tua scelta. Una delle band più longeve della musica italiana – il Banco Del Mutuo Soccorso, eroi del progressive rock che celebrano oggi i 40 anni di carriera – dicono dei loro inizi: “Il solo fatto di riuscire a pubblicare il primo album per noi era una conquista straordinaria”. Da quello partiva tutto il fascino dell’opera musicale – l’album – che seduceva i giovani dell’epoca e che oggi, storicizzata, rappresenta la percentuale maggiore del mercato discografico. Non vogliamo fare i ‘retromaniaci‘, ma negli anni ’60 diventare musicisti rock era un modo per fuggire da una vita che non si voleva fare e provare a guadagnare facendo qualcosa di divertente. Guardate il meraviglioso film di Martin Scorsese su George Harrison, “Living In The Material World“, uscito da poco in DVD: i Beatles da ragazzi non avevano un penny, dormivano sulle brandine nei lerci retrobottega dei localini dove suonavano e lo facevano per tre motivi: la gioia di suonare, la seria possibilità di andare a letto con le ragazze e il denaro che auspicabilmente sarebbe prima o poi arrivato. Quando apparvero alla televisione americana (all’Ed Sullivan Show), improvvisamente tutti pensarono che volevano diventare come loro, uscirono a comprarsi le chitarre e cominciarono a suonare la batteria. Lo ha ricordato Bruce Springsteen nel famoso discorso al SXSW di Austin: “Ci doveva essere un modo per me per arrivare lì!” Secondo voi, oggi, gli spettatori di X Factor e Amici vogliono diventare come i cantanti di quegli show? Da padre di adolescenti, mi sembra proprio di no. Casomai i ragazzi vogliono diventare come Skrillex, DeadMau5 e David Guetta ed è questo che spiega l’esplosione mondiale della EDM (Electronic Dance Music). “Everybody Wants To Be A DJ” cantavano i De La Soul. I ragazzi vogliono avere come regalo di compleanno le consolle e i software per mixare. Diventare DJ viene percepita ancora come una cosa possibile, così come una volta lo era diventare cantante o chitarrista rock. E hai la sensazione che facendo il DJ puoi portarti a letto le ragazze, fare i soldi e girare il mondo con i jet privati, come racconta bene il film sugli Swedish House Mafia. La ‘disco music‘ – una volta marginalizzata dai puristi del rock e osteggiata dallo slogan “Disco Sucks” – ha generato un figlio naturale che è il rock’n'roll di oggi, mentre il rock guarda al passato per continuare a vivere. Se pensate ancora che suonando rock si diventa miliardari, siete indietro di qualche generazione. Perché credete che Bono degli U2 sia un ‘venture capitalist‘ con partecipazioni in facebook, dropbox e altre grandi aziende quotate in borsa? Perché solo con il rock’n'roll, da un bel po’ di anni, non si diventa più ricchi. Provate a pensare a una rockstar degli anni ’60 che diventa un banchiere. Impossibile. Gli ultimi che hanno fatto i soldi veri con il rock sono quelli che hanno cominciato negli anni ’70. Quelli arrivati dopo si sono fatti fregare da manager senza scrupoli, dalla discografia che prosperava sulle loro fortune o da una vita male amministrata di eccessi e cocaina. “Mi ucciderei piuttosto di entrare nell’industria musicale adesso”, ha detto David Geffen, uno dei leggendari imprenditori della discografia di 40 anni fa. La torta da dividere è sempre più piccola e chiunque abbia un po’ di cervello ne rimane fuori o investe i propri soldi da qualche altra parte. I musicisti vengono lasciati fuori dal ‘giro giusto’ dei ricchi e anche il miraggio di diventare miliardari facendo il DJ ha per definizione una data di scadenza molto ravvicinata, perché se oggi milioni di persone vanno ancora a sentire Rolling Stones e AC/DC che suonano i loro classici, quanti tra 40 anni vorranno ancora vedere un David Guetta ottantenne che schiaccia ‘play’ per suonare “Titanium”? Un amico undicenne di mio figlio è recentemente passato in modo naturale dalla ‘fase Skrillex‘ al suo ‘momento Sex Pistols‘ e va pubblicando su Instagram foto di Sid Vicious e frasi contro la Regina d’Inghilterra. Il fascino del ‘vintage‘ non si riflette solo nelle percentuali di vendita del mercato discografico e nel perdurare dell’immaginario classic rock, ma anche tra i musicisti più in voga oggi. L’album di maggior successo nel mondo degli ultimi anni, “21” di Adele, potrebbe essere stato registrato 40 anni fa. La compianta Amy Winehouse, ultima superstar del pop inglese, cantava soul music degli anni ’60. Il musicista più cool del pianeta, Jack White, suona blues con strumenti d’epoca e amplificatori valvolari e pubblica 45 giri in vinile. Tra gli artisti rivelazione del 2012 ci sono Alabama Shakes, Michael Kiwanuka, Gary Clark Jr., interpreti di rock,soul e blues nella formula più classica. La “Retromania” teorizzata dall’omonimo libro di Simon Reynolds è una realtà assoluta e domina il mercato, il sogno di diventare ricchi e famosi con il rock è tramontato e si è tornati a fare musica per essere contenti con sé stessi. Perciò voglio lasciarvi prima della pausa estiva con le parole scritte da Kurt Vonnegut in “A Man Without A Country“: “Se veramente vuoi far soffire i tuoi genitori e non hai il coraggio di essere gay, il minimo che puoi fare è diventare artista. Non sto scherzando. Le arti non sono un modo per sopravvivere. Sono un modo molto umano per rendere la vita più sopportabile. Praticare un’arte, non importa se bene o male, è un modo per fare crescere la tua anima, santo cielo. Canta sotto la doccia. Balla ascoltando la radio. Racconta storie. Scrivi una poesia per un amico, anche una brutta poesia. Fallo meglio che puoi. Ne ricaverai un enorme soddisfazione. Avrai creato qualcosa”.

Ci rivediamo su queste pagine a Settembre. Intanto, buone vacanze a tutti.