E’ da una ventina di anni che vado predicando che la vera musica italiana da esportazione è la dance. Dalla ‘Disco Made In Italy’ degli anni ’70 alla ‘Italo House’ che spopolò a cavallo tra gli ’80 e i ’90, fino al nostro Benny Benassi da Reggio Emilia oggi produttore di Madonna (“Mica lo sapevo che era italiano” diceva pochi giorni fa una giovane collega di MTV). Non solo, la dance, o come la chiamano ora in USA, la ‘EDM‘ (‘Electronic Dance Music‘) è decisamente il nuovo rock’n’roll, e i dj set sono i concerti del nuovo millennio. Roba già detta? Ok, ma vediamo i fatti recenti. Festival Coachella, poche settimane fa. Headliners: Radiohead, Black Keys, Snoop Dogg & Dr.Dre (con il famoso ologramma di Tupac che ha fatto il giro del mondo). Ma chi è che davvero ha dominato, troneggiato su tutti, conquistato la folla nello show più spettacolare del weekend californiano? Gli Swedish House Mafia. Tre tamarri svedesi che nel gigantismo del palco neanche si vedevano, che potevano essere lì a far niente incorniciati dall’enormità delle luci e delle esplosioni, ma che sono stati i veri protagonisti del maggior rock festival dell’anno. Un palco del Coachella, la Sahara Tent, è completamente dedicato ai djs per 3 giorni, da mezzogiorno a mezzanotte. Pubblico: giovanissimo. I ‘Millennials’ non vanno cercando le nuove stars da adorare, a loro va bene anche che tre tizi che non riconoscerebbero per strada si agitino dietro un muro di luci, basta che li facciano sentire parte del gruppo. Il pubblico giovane vuole ‘partecipare’, e la dance fa proprio questo. E’ una rivoluzione del rapporto tra pubblico e performer. Ora sono la stessa cosa. Avete visto il film-concerto dei Chemical Brothers, “Don’t Think”? Il pubblico è protagonista tanto quanto i musicisti, se non di più. I ‘Superstar Djs’ non sono ‘prime donne’. Li puoi vedere far ballare uno stadio pieno di decine di migliaia di persone e un’ora dopo godersela suonando sudati in un clubbino per il solo piacere di farlo. Gli Swedish House Mafia possono essere i veri headliners del Coachella senza avere mai pubblicato un album nel vero senso della parola. E’ un altro segnale dell’era post-discografica. Il manager di Skrillex mi ha detto “Non ci pensiamo proprio a pubblicare dischi”. La sua musica circola in rete, rimbalza dal suo canale Youtube a tutte le pagine facebook dei ragazzi e lui è il dj n.1 al mondo per i ‘Millennials’ che mai penserebbero a comprarsi un disco. La musica registrata è diventata secondaria rispetto all’esperienza live, ma nel caso della ‘EDM’ i ‘concerti’ vengono suonati con musica già registrata prima e casomai manipolata al momento. Tutta l’attenzione è sull’emozione, non sulla capacità di musicista di chi sta sul palco. La dance è il nuovo pop, David Guetta è stato l’artista più passato da MTV nel mondo per tutto l’anno 2011, le classifiche sono dominate da ragazze che cantano su basi prodotte da djs e l’aspetto ‘live’ ha preso definitivamente il posto di quello discografico. Un esempio: una delle più storiche etichette dance inglesi degli anni ’90, la Defected, stava perdendo l’80% del suo fatturato rispetto al 2006. Un disastro dovuto alla crisi del disco e al file sharing. Il fondatore, Simon Dunmore, ha cambiato il modello di business dell’azienda e ora organizza più di 200 eventi live all’anno in tutto il mondo gestendo djs come Bob Sinclar, Junior Jack e Dennis Ferrer. Circa 1 milione di persone hanno partecipato alle serate Defected nell’ultimo anno, e Dunmore può mantenere una struttura di 22 persone mentre altre etichette analoghe hanno chiuso i battenti. I soliti detrattori potrebbero obiettare che i concerti ‘dance’ sono roba fasulla perché sul palco non si suona veramente. Ok, mettiamo anche che sia vero, che i Chemical Brothers e i Daft Punk salgano sul palco, schiaccino ‘Play’ e tutto vada avanti da solo fino alla fine. Ma la preparazione dello show? I visuals? I suoni, le sequenze, i crescendo emozionali perfettamente studiati per far saltare le folle, per far sentire il pubblico partecipe? Quando nel 1995 vedemmo gli Orbital dominare il festival di Glastonbury agitando le testoline dietro i computer si capiva che era un momento di passaggio, di ridefinizione del concetto di performance musicale. I Kratfwerk, antesignani del live show elettronico basato sulle suggestioni dei visuals, hanno recentemente eseguito al Museum Of Modern Art di New York tutti i loro album per intero, uno per sera, in una serie di 8 concerti, ognuno dei quali con trovate visuali e scenografiche diverse da quello della sera precedente. Un lavoro preparatorio straordinario che fa del concerto una vera installazione di arte moderna pensata appositamente per un ambiente del genere, dove il momento della performance è solo l’ultimo anello di un lavoro ben studiato. Il grande dj Claudio Coccoluto diceva: “La serata la fai a casa, quando scegli i dischi da mettere in valigia”, e all’uscita dall’ultimo dj set di Skrillex a Milano, dove la strumentazione era formata da due semplici lettori cd e un mixer, mio figlio ‘millennial’ e i suoi amici hanno detto, entusiasti e senza voce: “E’ stato il concerto piu’ bello della nostra vita”.
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mancanoglispazi #47
Il presidente di MTV Music Group, Van Toffler, ha annunciato in una conferenza durante la SXSW Music Conference di Austin una nuova iniziativa che, sebbene per ora sia concentrata sul mercato americano, potrebbe svilupparsi in maniera interessante e rivelarsi utile per i musicisti di nuova generazione in tutto il mondo. ‘Artists.mtv‘ è una nuova piattaforma online che MTV sta per lanciare in collaborazione con Topspin, compagnia specializzata in ‘direct to fan’ e-commerce e web marketing, che permetterà a tutti gli artisti di aprire e gestire una propria pagina web con cui non solo sarà possibile promuoversi, ma anche mettere in vendita musica, merchandising e biglietti per i propri concerti, raggiungendo in un click più di 600 milioni di utenti dei canali di MTV e più di 60 milioni di utenti online. “Get heard, get promoted, get paid” è lo slogan dell’iniziativa, che presenta una serie di caratteristiche indubbiamente uniche nel panorama della musica sul web. Innanzitutto, a partire dal nome, è indirizzata direttamente agli artisti, cioè non passa dalle case discografiche o da altri filtri. Certo, ogni artista è libero di farsi gestire da chi vuole, ma ad artists.mtv possono accedere sia le superstar del pop che gli esordienti che si autoproducono. Si parte dalla necessità di riempire il vuoto lasciato da MySpace, che per qualche anno fu la destinazione naturale delle ‘artist pages’. C’era un periodo in cui invece di spedire un demo, per farsi conoscere si mandava un link alla propria pagina MySpace, ricordate? Ecco, artists.mtv offre a chiunque l’opportunità di mettere in mostra la propria mercanzia e anche di guadagnarci direttamente, raccogliendo in un’unica destinazione online il traffico che si disperde in varie direzioni quando il pubblico cerca una band. “Le artist pages sono come isole nel mare di Internet – ha detto Van Toffler – Senti parlare di una band tramite Pandora, vai a vedere un video su Youtube, cerchi notizie su Wikipedia e alla fine forse compri una canzone su ITunes. Vogliamo connettere tutto questo mondo per facilitare la scoperta della musica”. Per valorizzare le nuove proposte musicali di artists.mtv viene lanciata parallelamente l’iniziativa denominata ‘Full Frontal‘, grazie alla quale le nuove band che aprono una pagina sul portale possono essere selezionate da un ‘panel’ di esperti di MTV per godere di esposizione privilegiata sui canali tv non solo attraverso il vecchio metodo dei passaggi video, ma anche attraverso il ‘placement’ della loro musica negli shows e nelle serie prodotte dalla rete, metodo senza dubbio più al passo con i tempi. Domanda: per questo servizio MTV ricava delle percentuali sul volume di affari creato dalla vendita online? No. Tutto ciò che viene venduto va a beneficio diretto degli artisti stessi. Il potenziale ricavo di MTV arriverà dagli spazi pubblicitari sulle pagine degli artisti, che comunque verrà equamente diviso con gli artisti stessi, per il resto ogni pagina sarà completamente autogestita in autonomia dai singoli artisti, che possono inserirvi link ai propri indirizzi Facebook e Twitter, a recensioni dei loro dischi su Pitchfork, a date dei concerti attraverso Songkick, alle foto su Instagram e ai video su Vevo e Youtube. Ogni ‘aggregazione’ è possibile. Il servizio verrà lanciato in giugno. Domanda: perché MTV fa tutto ciò? Perché anche se si continua a dire che MTV non trasmette più musica, è vero invece che MTV sta progressivamente evolvendo ed aggiornando il modo in cui si occupa della musica, seguendo i tempi che cambiano. Come sempre, è l’evoluzione della tecnologia che guida la diffusione della musica, e oggi che MTV continua comunque a gestire centinaia di canali che trasmettono solo videoclip (in Italia abbiamo 5 canali tv solo di videomusica), non può non accorgersi che la fruizione della musica sta cambiando in modo repentino. Ecco perché nell’ultimo anno sono state lanciate iniziative internazionali come MTV Hive, blog musicale ‘alternativo’ molto interessante, Hype Music, piattaforma di ‘placement’ musicale, MTV Iggy, sito dedicato alla musica dalle diverse parti del mondo, ed in Italia MTV New Generation. “Oggi molta più gente ascolta molta più musica di prima – ha detto Van Toffler – Chi a 17 anni guardava i video su MTV ed oggi si lamenta che MTV era meglio prima non lo fa perché vorrebbe ancora vedere i videoclip in tv, ma perché vorrebbe avere ancora 17 anni”.
mancanoglispazi #46
di Luca De Gennaro
I siti cosiddetti ‘Torrent‘, che permettono ai file contenenti musica e immagini di essere trasferiti velocemente tra computer via web, sono sempre stati gli acerrimi nemici dell’industria dell’intrattenimento, perché attraverso di loro un’ enorma quantità di canzoni, film, programmi TV, giochi elettronici e libri vengono resi disponibili gratuitamente infrangendo ogni regola di ripartizione legale di diritti d’autore, editoriali e ‘fonomeccanici’, dunque non portando nulla nelle tasche degli autori e produttori delle opere d’arte che vengono liberamente scambiate. Se da un lato la tecnologia che permette ai siti ‘Torrent’ di funzionare non è illegale, far circolare in questo modo i contenuti infrange palesemente le leggi sul copyright, tanto è che di recente siti popolari come Pirate Bay e Megaupload sono stati presi di mira dalla giustizia. Ma mentre gli avvocati dell’industria musicale e di Hollywood si arrovellano, ecco che una nuova generazione di artisti comincia a fare i conti con la realtà della pirateria online, consapevole che non sarà possibile liberarsene e che anzi evolverà sempre più, e prova a capire se si riesce a trarne qualche vantaggio. L’esempio più recente è quello di Pretty Lights, produttore americano di musica elettronica, che dopo avere prodotto una serie di album, singoli ed EP dal 2006 in poi, tutti distribuiti gratuitamente via web, alla fine del 2011 ha messo online una serie di brani che hanno raggiunto in poche settimane ben 6 milioni di utenti. E’ riuscito in questa impresa attraverso un accordo con Pirate Bay che prevedeva la presenza sulla homepage del sito, che gli ha portato in poco tempo una tale popolarità che le presenze paganti alle sue serate si sono impennate. Dunque, mentre per l’industria il ‘Torrent’ presenta solo lati negativi, gli artisti indipendenti cominciano a vederla diversamente. Il caso Pretty Lights è l’esempio di come la musica registrata si possa considerare (almeno a certi livelli) quello che nel linguaggio del marketing si chiama ‘loss leader‘, cioè quel prodotto che viene venduto sottocosto e dunque ti fa perdere dei soldi, al solo scopo di favorire l’acquisto di altri prodotti che te ne fanno guadagnare. In questo caso regali canzoni per vendere merchandising e biglietti. In realtà la distribuzione gratuita della musica è stata il concetto portante di alcune delle più riuscite operazioni commerciali degli ultimi anni, dall’album di Prince regalato nel 2007 con il quotidiano londinese “Mail On Sunday” (risultato, 21 concerti sold out alla O2 Arena di Londra e 250.000 sterline dal giornale) a “In Rainbows” dei Radiohead venduto online ad offerta libera (risultato: 100.000 box set de luxe ‘fisici’ venduti a 60 euro ciascuno), fino all’album “Ghost” dei Nine Inch Nails regalato online ma con una serie di opzioni ‘premium’ progressivamente più costose (vinile autografato, biglietto di concerto etc fino ad arrivare ad una cena a casa della band). Quasi tutti, però, erano operazioni orchestrate attraverso i siti ufficiali degli artisti o con partners istituzionali. L’accordo tra Pretty Lights e Pirate Bay rappresenta invece il primo caso di pirateria usata come promozione. Un concetto difficile da digerire per l’industria discografica, ma non per gli artisti, che cercano nuovi alleati per arrivare a milioni di nuovi utenti e potenziali fan.
mancanoglispazi #45
di Luca De Gennaro
Come avrete visto se avete seguito le note pubblicate la settimana scorsa qui e sulla mia pagina facebook dalla South By Southwest Music Conference di Austin, conclusa da pochi giorni, uno degli argomenti più dibattuti da tutte le possibili angolazioni, anche perché è tra i più interessanti per i musicisti di nuova generazione, è stato quello dei ricavi dalla circolazione della musica sulla ‘Cloud’. Le risposte, diciamolo subito, non sono chiare, per il momento. In un incontro dall’emblematico titolo “Pennies from the celestial jukebox” si è cercato di decifrare i diritti digitali da streaming, le royalties, i possibili vantaggi. Nella confusione, comunque, aleggiava un certo ottimismo se non altro per il potenziale di questi servizi, ancora allo stato embrionale, che diventeranno più interessanti quanti più artisti vi aderiranno e quanti più utenti li utilizzeranno. Il manager dei R.E.M. Bertis Downs, che naturalmente ha vissuto e prosperato in una realtà industriale di altri tempi, ha detto “E’ un gioco diverso, un mondo diverso, e quindi i conti sono diversi”. Quello dello streaming è un mercato che cresce per accumulo di frazioni nel tempo. Tutti vedono nel lungo periodo un potenziale di ricavi dallo streaming paragonabile a quello dei download a pagamento, ma ancora una volta le case discografiche sono state messe sotto accusa per avere preso accordi poco realistici nei confronti delle società di streaming, motivo per cui Sean Parker (ex fondatore di Napster, poi partner di Facebook e ora socio di Spotify) aveva sentenziato un paio di giorni prima la sua previsione di una ‘guerra’ tra artisti e case discografiche su questo argomento. Uno dei comuni denominatori delle discussioni era proprio la salvaguardia degli artisti dalla poca chiarezza in questo ambito, ed è ovvio che nell’immediato futuro sarà necessario rendere più fluido il sistema, visto che si tratta del futuro della distribuzione musicale. Non è un caso che proprio al SXSW sia stata lanciata una nuova classifica di Billboard che traccia lo streaming delle canzoni, e i cui dati confluiscono nella Hot 100 ufficiale insieme a quelli della vendita fisica, digitale e ai passaggi radio. Un momento storico di presa di coscienza, da parte dell’ organo ufficiale dell’industria musicale, della fruizione della musica che cambia e si rinnova. I servizi di streaming monitorati dalla classifica sono Mog, Muve, Rdio, Rhapsody, Slacker, Spotify e prossimamente Zune. I numeri di un brano al n.1 della classifica degli streaming sono, secondo Billboard, il triplo del n.1 nella classifica dei download. Nel 2005, secondo i dati Nielsen, gli streams erano 80 milioni alla settimana, oggi sono 500 milioni e in crescita costante. Bei numeri, certo, ma che generano poco. I famosi penny dal juke box celestiale. In un’altra conferenza è stato dimostrato che Lady Gaga, come risultato di 1.700.000 streams su Spotify, ha generato un guadagno di 127 dollari. Non 127.000. Proprio ‘centoventisette’. Pochini eh? Ok, ma proviamo a vedere il bicchiere mezzo pieno. Pensiamo che sono 127 dollari che prima non c’erano, e che dai ricavi ‘zero’ del download illegale si sta cominciando, piano piano, a risalire, penny dopo penny, dal juke box del cielo.
mancanoglispazi #44 – speciale from SXSW Day 2 Post 2
di Luca De Gennaro
Sono certo che il discorso inaugurale del SXSW che Bruce Springsteen ha tenuto stamattina nella grande Ballroom dell’Austin Convention Center rimarrà nella storia come una delle più complete, appassionate ed istruttive ‘lectio magistralis’ sulla storia del rock’n'roll. La sua trascrizione farà il giro del mondo e mi auguro verrà studiata nelle scuole negli anni a venire come esempio mirabile di narrazione della cultura moderna. Bruce è salito sul palco presentato dal direttore del SXSW Roland Swenson con poche ma efficaci parole, “Perché a lui non piace che si parli troppo di quanto è importante“, ma sottolineando “il potere della sua arte mai compromessa“. La sua è stata una lezione a tutti i giovani artisti che popolano le strade e i locali di Austin in questi giorni, che dedicano la vita alla loro musica ma possono essere derubricati in un secondo dal pubblico con la canonica frase “Fanno schifo” (“They suck!“). La musica pop, dice Bruce, dalla sua nascita ha rappresentato una serie di nuovi linguaggi, forze culturali e movimenti sociali. Citando Lester Bangs, che sostenne alla morte di Elvis che fosse stata l’ultima cosa che metteva tutti d’accordo, e parlando del mondo frammentato e ‘post-autentico’ in cui viviamo, ha ripercorso la genesi del suo approccio alla creatività e all’ ‘azione’ nel mondo della musica. Elvis all’Ed Sullivan Show, dove nacque una nuova forma di comunicazione dall’interazione di musica e televisione. Poi la radio che trasmetteva Doo Wop, il genere che svegliava le prime pulsioni sessuali di Bruce pre-adolescente, e Roy Orbison, ‘The coolest uncool loser you’ve ever seen‘. Phil Spector, che impose il suono come linguaggio a sè stante, e i Beatles, che gli fecero pensare “Ci deve essere un modo per arrivare li‘”. E ancora gli Animals, una rivelazione perché non erano carini ed Eric Burdon sembrava vecchio anche da ragazzino, ma che hanno ispirato “tutte le mie canzoni“. “Prove It All Night“, ha dimostrato suonando il riff alla chitarra, è uguale a “Don’t Let Me Be Misunderstood“, e da “We Gonna Get Out Of This Place” nascono molti classici del Boss. E poi i Sex Pistols, che non erano solo ‘scioccanti’, facevano paura davvero, e il momento in cui firmò il suo primo contratto discografico con la Columbia, quando lui, Elliot Murphy, John Prine e Loudon Wainwright erano tutti ‘Nuovi Dylan’. Dylan stesso, che “ci ha dato le parole per capire i nostri cuori, e sarà il padre della mia terra musicale per sempre“, e James Brown, il più grande performer di tutti i tempi, per finire con la country music e l’eredità di Woody Guthrie e Pete Seeger, che è culminata in una esecuzione corale di “This Land Is My Land“, nell’anno in cui Guthrie avrebbe compiuto 100 anni. Bruce ha concluso con una straordinaria esortazione ai giovani artisti. “Aprite le orecchie e gli occhi. Non prendetevi troppo seriamente, ma prendetevi molto seriamente. Lasciate che le vostre contraddizioni vivano. Siate duri, siate affamati, siate vivi, fate si che il vostro rumore sia tutto ciò che avete. Perché è solo rock’n'roll, e dovete crederci fino in fondo, anche se ci sarà sempre qualcuno che potrà gridare “Fate schifo!“.
Stasera Bruce e la E Street Band terranno un concerto per 2000 fortunati all’ ACL Live. Qui la giornata continua con altri incontri, ma quello a cui abbiamo assistito stamattina (peraltro trasmesso in streaming in tutto il mondo dal sito di NPR) resta un momento fondamentale, di quelli che danno un senso alla nostra vita dentro e fuori dal rock’n'roll.
mancanoglispazi #43 – speciale from SXSW Day 2 Post 1
di Luca De Gennaro
“Don’t pay for anything!” scrive David Greenwald di Billboard nella sua ‘survival guide’ al SXSW. E’ un concetto chiave di questa edizione del festival. In tutta la città ci sono eventi tutto il giorno e la notte che permettono a chi non fa il nostro mestiere, quindi non si iscrive ufficialmente al SXSW, di godersela come un matto spendendo (apparentemente) niente. L’enorme numero di ‘unofficial parties’ in giro, veicolati puntualmente da siti e blog dedicati e precisissimi, fanno si che Austin in questi giorni non sia solo una città piena di professionisti della musica, ma anche di orde di ragazzini che passano qui lo ‘spring break’ affollando locali a tutte le ore, spesso riuscendo a rimediare cibo e bevande gratis offerte da chi sponsorizza i singoli eventi. Stamattina alle 9, nella zona calda di Red River street tra 6th e 8th c’era già una lunghissima coda di teenagers accampati sul marciapiede in attesa di entrare non si sa dove. Un’altra immagine chiara della situazione del mondo musicale. La musica viene offerta gratis e in enormi quantità. Non importa se non conosci chi sta sul palco. E’ sicuramente qualcuno ‘cool’, e comunque stai con gli amici, mangi e bevi gratis e ci sta che rimorchi pure. Ma in cambio l’economia della città gira a mille, perché tutti in questi giorni si alimentano i ricavi di bar, parcheggi, affitto biciclette (come ho fatto io), affitto case, taxi, negozi e supermercati, mance ai baristi e un sacco di altre micro-spese modello ‘coda lunga’ che alla fine producono il conto ultra positivo della città su questo festival. In cambio, gli sponsor hanno la certezza di raggiungere decine di migliaia di ‘teste’ super targettizzate e i musicisti emergenti di suonare di fronte a tanta gente e farsi conoscere. Bingo! Che le economie della musica fossero destinate a cambiare radicalmente lo avevano capito i due tizi che ieri hanno tenuto un incontro qui: Shawn Fanning e Sean Parker, che fondando Napster nel 1999 “Hanno rivoluzionato per sempre un industria di cui non sapevano nulla“, come dice il documentario “Downloaded, The Music, The Battle, The Revolution“, prodotto da Vh1 per la serie ‘Rock Docs‘, che è stato lanciato ieri. Fanning, oggi, dismesso il berrettino, sembra un capocantiere ciccione che ti fa il preventivo per imbiancarti casa e ti dice che senza fattura ti fa pagare meno. Parker invece è un giovane miliardario stilosissimo, elegante, con vestito di sartoria e scarpe su misura, che spara su tutti con sicurezza e una buona dose di antipatia. Le case discografiche e gli artisti entreranno in guerra, sentenzia, perché i contratti che hanno oggi non li fanno guadagnare il giusto dalla circolazione della loro musica in rete. Lui, che è socio di Spotify, prevede ovviamente un grande futuro per il modello ‘streaming in abbonamento’, dove la musica sarà gratis sul computer casalingo, ma si potrà far pagare l’accesso in mobilità. Nel film si vede una sua intervista in cui già nel 1999 sosteneva che la musica dovesse essere ovunque e il futuro fosse ‘pay for convenience’. I due hanno approfittato dell’occasione per lanciare la loro nuova ‘company’, si chiama ‘Airtime‘ e ne sentiremo parlare presto. Ieri sera abbiamo cominciato con un deludente concerto di Fiona Apple da Stubb’s, per proseguire con gli ottimi Vintage Trouble alla serata di Billboard, poi la giovane soul singer Elen Varner, bravissima, al party dell’ S.O.B.’s e una notevole performance dei Band Of Skulls alla serata di radio KCRW, che è sempre una garanzia. Non ci siamo fatti mancare un pezzetto del concerto di Lionel Richie, pieno di classici, ma abbiamo finito la nottata facendoci sventrare lo stomaco dai bassi imperiosi di Porter Robinson, diciannovenne dj americano pupillo di Skrillex e astro nascente dell’elettronica spinta. Stamattina è tutta dedicata al ‘keynote’ di Bruce Springsteen. Pomeriggio ancora pienissimo e serata non ne parliamo neanche. A più tardi per aggiornamenti vari.
mancanoglispazi #42 – speciale from SXSW Day 1 Post 3
di Luca De Gennaro
In mezzo a tutta questa tensione sul futuro (e anche sul presente) della musica, è un sollievo sentire parlare, e cantare, un grande come Paul Williams, sul quale è appena uscito il film documentario “Still Alive“, che parla della sua carriera e della dura battaglia vinta contro l’alcolismo. Il talento di scrivere grandi canzoni è sempre il valore più alto per noi che lavoriamo in questo mondo, e stasera speriamo di vedere e ascoltare qualcosa di buono. Tra i mille concerti abbiamo selezionato questi, sperando di vederne il più possibile.
Fiona Apple
Sharon Van Etten
fun.
Zola Jesus
Band Of Skulls
Miike Snow
Alabama Shakes
M.Ward
Apparat Band
Porter Robinson
Cage The Elephant
Morning Parade
Drums
Michael Kiwanuka
E poi ci sono in giro anche Neon Trees, Kasabian, Theophilus London, Kimbra, e alcuni veterani inaspettati come Jimmy Cliff, Christopher Cross, e addirittura Lionel Richie!
Vi dirò che l’idea di Lionel Richie mica mi dispiace….
Anyway, ora scappo alla conferenza di Shawn Fanning e Sean Parker. Vi racconto più tardi.
mancanoglispazi #41 – speciale from SXSW Day 1 Post 2
di Luca De Gennaro
Questi alcuni dei titoli più interessanti delle conferenze di oggi.
*Come gli artisti lavorano con i media per far crescere la loro ‘fan base’.
*Le etichette indipendenti sulle piattaforme mobili.
*La strada per il ‘placement’ della musica.
*Come entrare in contatto con i festival giusti.
*Opportunità da non perdere sul web.
*Trasformare i consumatori in creatori di musica.
*L’importanza dei video online e sui social media.
*Il virale e il potere del ‘gratis’.
*I servizi di Cloud sono la solita roba?
*La nuova industria dello streaming.
Eccole, le parole magiche:’streaming‘, ‘gratis‘, ‘social‘, ‘mobile‘, ‘fan base‘, attorno a cui girano tutte le discussioni. Partendo da Milano lunedì mattina, all’aeroporto, pensavo: Chi vuole POSSEDERE una Vip Lounge? L’importante è poterci entrare, utilizzare le sue comodità, fare colazione e leggere i giornali (apparentemente) gratis. Tutto ciò che ci circonda ormai è basato sull’accesso. Anche qui, in fondo. Noi paghiamo per avere un pass che ci garantisce di poter accedere a 5 giorni di conferenze e concerti. Ci sono tante cose che puoi fare ‘gratis’, ad Austin, feste, showcase, eventi promozionali di ogni genere. Free. Ma se paghi accedi a più cose. ‘Freemium’. E se sei un artista il modello non è più quello di vendere qualcosa ai tuoi fans, bensì, come appena discusso nel panel sul ‘Crowdfunding’, coinvolgere la community dei tuoi seguaci nei tuoi progetti. Così il finanziamento diventa anche promozione. Certo, devi essere interessante. Non mandare mai una newsletter intitolata “Newsletter:Febbraio“, diceva poco fa la PR Ariel Hyatt. Se la intitoli: “Ho pensato a qualcosa di bello per te” verrà senz’altro letta con maggiore partecipazione. Ora scappo a sentire l’incontro con Paul Williams, uno che ha scritto canzoni per Barbra Streisand e centinaia di altri, oltre ad essere l’indimenticato protagonista de “Il Fantasma Del Palcoscenico“. Al prossimo post vi dico il programma di concerti per stasera.
mancanoglispazi #40 – speciale from SXSW Day 1 Post 1
di Luca De Gennaro
C’è molta confusione, quest’anno, al South By Southwest di Austin. Il motivo principale è che per la prima volta le tre anime del festival: Interactive, Film e Music, vivono insieme. Fino all’anno scorso erano separati. Finiva uno e cominciava l’altro. Oggi si mescolano nel corso dei giorni. Ieri, martedì, è cominciata la Music Conference ma Interactive finisce oggi e gli screenings dei film vanno avanti tutta la settimana. In fondo è il riflesso di come funziona oggi il mondo in cui lavoriamo, dove le varie discipline non possono che alimentarsi a vicenda. Questo però significa una enormità di persone che affolla alberghi (tutti sold out da tempo), ristoranti, locali e cinema. Il SXSW porta all’economia della città di Austin un totale stimato di 167 milioni di dollari. Non male per quello che 26 anni fa era un piccolo festival che si aspettava di attirare 150 persone e festeggiò quando ne arrivarono 700. Oggi SXSW si può permettere di ospitare come ‘Keynote Speaker’ Bruce Springsteen, che parlerà domani a mezzogiorno e terrà domani sera un concerto per sole 2000 persone nel nuovissimo teatro ACL Live. Per accedere al concerto si partecipa ad una ‘lotteria’: non si fa altro che appoggiare il proprio pass su uno scanner che lo legge, memorizza i tuoi dati, e se vieni estratto ti manda una email la mattina stessa del concerto per darti la buona notizia. Io l’ho fatto. Ma visto che con ogni probabilità non sarò tra i fortunati, mi consolo pensando che ci sono migliaia di altri concerti interessanti da vedere, come ogni anno. Ieri sera abbiamo iniziato benissimo con Santigold. Stasera si entra nel vivo. Tra mezz’ora cominciano le conferenze. Già dai titoli di quest’anno si capisce quanto ormai sia lontana l’epoca in cui si discuteva di contratti discografici, vendite di dischi, crisi dell’industria. Tutto ciò è dietro le spalle. Siamo completamente immersi nell’era dell’ ‘accesso’ alla musica, e tutti gli incontri vertono su questo argomento, trattato da diverse angolazioni. Stamattina si parla, ad esempio, di come farsi finanziare le proprie attività musicali dai fan attraverso i Social Network, e di quanto siano importanti i ‘Musicologi’, cioè i tastemaker che agiscono in rete ed influenzano i gusti. Nel pomeriggio si parla di artisti che si gestiscono da soli attraverso la rete, ma soprattutto ci sarà un atteso incontro con Shawn Fanning e Sean Parker, fondatori di Napster e responsabili del drastico cambiamento del music business nell’era digitale. E ancora si disquisisce su come promuovere il proprio contenuto gratuito per ricavare guadagni da altre fonti, e ci si pone la questione di come mai non è ancora arrivata una ‘Big Idea’ nella tecnologia musicale. Insomma, c’è, come sempre, tanto da discutere e su cui riflettere. Siamo davvero ad un punto di svolta. Si vede che gli attori non sono più gli stessi di pochi anni fa. Noi siamo qui, osserviamo e vi riferiamo, da oggi a sabato. Rimanete sintonizzati. Tra qualche ora un update sui concerti in programma stasera.
mancanoglispazi #39
di Luca De Gennaro
Riparliamo di streaming. Abbiamo già visto che la nuova generazione dei consumatori di musica non ha più come abitudine quella del ‘possesso’ dell’oggetto fisico e neanche del file musicale, bensì fruisce della musica ascoltandola quando e dove vuole dalla rete, attraverso Youtube e altri metodi. Spotify, nei paesi dove è stato lanciato, ha reso lo streaming semplice, elegante e ‘consumer friendly‘, e non è un caso che sia arrivato sul mercato quando le abitudini allo streaming erano già consolidate, la ‘banda larga’ ampiamente diffusa e la maggioranza dei potenziali utenti in possesso di smartphone adatti ad ascoltare musica. Le giuste ‘tempistiche’ (scusate il termine fastidioso), in questo ambito sono fondamentali. Non dobbiamo però pensare che lo streaming sia l’alternativa al download. E’ solo un diverso meccanismo di diffusione della musica digitale. Agli utenti non interessa la differenza tra i due metodi. Vogliono solo avere la possibilità di ascoltare la musica che vogliono, quando vogliono e dove vogliono. Quello che sappiamo è che lo streaming sta avendo successo mentre il download cresce più lentamente del previsto. Sappiamo che molti artisti ancora non sono convinti di questo sistema perché non esistono ancora degli accordi economicamente soddisfacenti per loro e spesso non è chiaro a loro come e quanto si guadagna con questo sistema. Sappiamo che affinché il modello diventi profittevole bisogna che cresca molto, non si fanno soldi con poche centinaia di streams. Non sappiamo, però, se in effetti lo streaming cannibalizza le vendite. Su questo non abbiamo ancora abbastanza elementi per giudicare. Sembra però che lo streaming stia riducendo sensibilmente il ‘file sharing’. In effetti, perché dovrei scambiare un brano musicale con altri quando chiunque lo può ascoltare liberamente, o posso condividerlo semplicemente postando un link sulla bacheca di Facebook dei miei amici? Non sappiamo dunque se lo streaming stia riducendo la pirateria musicale, e neanche se nel lungo termine lo streaming prenderà il posto della radio nelle abitudini del pubblico. Ogni nuova tecnologia guarda a quella che l’ha preceduta come punto di riferimento. In questo senso il download di brani musicali si sta delineando come tecnologia di transizione, che ha permesso di approcciare la realtà digitale (la musica in rete) partendo dalle abitudini consolidate della realtà analogica (il possesso fisico della musica). I servizi basati sull’accesso, come Spotify, e in Italia Cubomusica di Telecom, sono il primo vero passo verso il futuro della distribuzione musicale. In questa fase di transizione, però, così come i ricavi da vendita di dischi fisici rappresentano ancora la maggioranza del business per l’industria discografica, così i ricavi dallo streaming sono infinitamente inferiori a quelli dal download. A seconda dei contratti tra artisti e case discografiche o ‘aggregatori’, oggi per incassare la stessa cifra che deriva da un solo download da ITunes ci vogliono approssimativamente dagli 80 ai 200 streams. Ancora più piccoli i ricavi dalla diffusione dei brani via web radio. In Inghilterra, ad esempio, per generare il guadagno di 1 download ci vogliono 5.500 persone che ascoltano la tua canzone su radio BBC. Quelli di Spotify, ovviamente, sono ottimisti, e dicono che, ad esempio, quando un artista mette sul mercato un nuovo prodotto, attraverso il loro sistema tutto il suo ‘back catalogue’ ricomincia a generare numeri. Un comprensibile caso di consumo compulsivo che prima non esisteva, anche se naturalmente va a beneficio esclusivo degli artisti di lungo corso e con una sostanziosa produzione alle spalle. La ‘testa’ della ‘coda lunga’, insomma. In conclusione: è troppo presto per giudicare se lo streaming influisce sulle vendite o sullo scambio illegale di file nell’immediato o nel medio termine, mentre nel lungo termine è chiaro che il consumo di musica slitterà dal possesso all’accesso. In questa ottica è necessario che gli artisti abbraccino il nuovo metodo. Lo faranno se ci sarà chiarezza e trasparenza sul sistema da parte di aggregatori e case discografiche, ed accordi economicamente vantaggiosi per tutte le parti coinvolte.




