NEW GENERATION BLOG

 

mancanoglispazi #78

Postato il 31 maggio 2013 alle 10.05

Alla fine hanno vinto loro. I numeri parlano chiaro, “Random Access Memories” dei Daft Punk debutta al n.1 in USA con 339.000 copie vendute nella prima settimana. Il loro album “Discovery”, del 2001, aveva raggiunto la posizione n.44, l’ultimo album di studio, “Human After All”, del 2005, la 98. In una sola settimana il nuovo lavoro ha già venduto il doppio del totale delle copie dell’album precedente. In UK l’album è entrato al n.1 con il record di vendite nella prima settimana dall’inizio dell’anno: 165.000 copie, ha esordito al primo posto nella classifica ufficiale italiana e ha battuto il record di ascolti nella storia di Spotify con 8 milioni nella settimana di uscita. E siamo in un periodo di crisi nera delle vendite discografiche, quindi questo album rappresenta un ‘caso’ in controtendenza assoluta rispetto all’andamento del mercato – in special modo di quello della musica elettronica. Proviamo ad analizzare, senza pretesa di esaustività e anzi in modo molto empirico, le caratteristiche di questo progetto. Innanzitutto “Random Access Memories” non è un disco di musica elettronica, è un album di musica suonata da ottimi musicisti ‘veri’. Una scelta sensata da parte di artisti che hanno avuto il primo successo 16 anni fa e che nel frattempo hanno potuto osservare gli artisti che insieme a loro avevano portato avanti la rivoluzione elettronica di metà anni ‘90 (Chemical Brothers, Fat Boy Slim, Prodigy) diventare macchiette di se stessi e continuare a celebrare il mito di un’era passata. Con loro è invecchiato anche il pubblico e mettersi oggi in gara con i giovani produttori che dominano la scena ‘EDM’ per conquistare i teenager che impazziscono per Avicii e Deadmau5 non avrebbe avuto senso. Inoltre si sa che il pubblico della nuova musica dance elettronica non compra dischi. Il giro d’affari intorno alla scena dance è enorme ma i dj superstar non dominano le classifiche discografiche e spesso regalano la musica online per promuoversi. I Daft Punk hanno dunque fatto un disco di musica ‘passatista’, rivolto a un pubblico adulto, e lo hanno promosso con metodi totalmente tradizionali: spot in tv, manifesti affissi in posizioni strategiche, videoclip, copertina e intervista su Rolling Stone, per finire con la clamorosa sponsorizzazione della Lotus di Raikkonen al Gran Premio di F1 di Montecarlo. La campagna promozionale ‘vecchio stile’ dei Daft Punk è stata ben descritta da Michele Boroni sulla rivista Studio, e parte integrante della stessa è stata l’‘attesa’ dell’album. Oggi il concetto di ‘aspettare’ che esca un disco è sparito. La musica viene prodotta velocemente e subito condivisa, sempre più spesso escono album che il pubblico non si aspetta. Qui invece, come nel passato, l’attesa per l’uscita era stata organizzata ad arte.  Tutta la parte ‘social‘ della comunicazione, con un altro colpo da maestri, è stata lasciata gestire spontaneamente dai fan e dagli stessi media, che hanno fatto esplodere in rete tutto ciò che era stato diffuso sui mezzi tradizionali. Puoi essere un genio del marketing ma se la musica è brutta non ce la farai comunque, e la musica dell’albumR.A.M.è la vera forza dei Daft Punk. Ammetto che al primo ascolto ho pensato “tutto qui?”. Mi sembrava quasi un album di provini, di pezzi non finiti, di basi e improvvisazioni, c’è addirittura un brano in cui Giorgio Moroder parla di sé a ruota libera, una specie di intervista musicata. Un disco senza dubbio spiazzante, se si ha in mente il repertorio della band. Non c’è traccia di brani come “Around The World” o “One More Time”, per intenderci. Come tutti i grandi album, però, al terzo ascolto ti conquista. Le cartucce vincenti: è un album che ascolti tutto di seguito e poi riascolti volentieri, ed è uno dei pochissimi casi di musica OGGETTIVAMENTE bella. Non riesco ad immaginarmi una sola persona al mondo che possa dire “l’album dei Daft Punk è brutto”. Non esistono proprio gli elementi per poterlo sostenere. Infine, ha un ‘hit single’ pazzesco: “Get Lucky”. Un ‘instant classic‘ da discoteca che però – per dire – anche una radio come Capital, che trasmette solo musica del passato ed è indirizzata a un pubblico adulto, ha già in programmazione. Suoni anni ’70, la chitarra funky di Nile Rodgers degli Chic, la voce alla Michael Jackson di Pharrell Williams. Tutto rimanda all’epoca d’oro della disco music. Un esempio analogo viene in mente, sebbene di genere diverso l’album “21” di Adele aveva le stesse caratteristiche: canzoni che piacciono a tutti a prescindere da età, gusti e genere musicale, piacevolezza dell’ascolto reiterato, approccio ‘tradizionale’ della comunicazione indirizzato soprattutto al pubblico adulto e dunque ‘spendente’. E infatti ha venduto 27 milioni di copie. Come l’album di Adele, “Random Access Memories” è un disco che comprano anche quelli che non comprano mai dischi e i dati di vendita dicono chiaramente che non sono solo i tradizionalisti ad acquistarlo, visto che l’80% delle copie vendute finora è digitale e non fisica (in questo ha sicuramente aiutato l’anteprima streaming su iTunes). Naturalmente, con un album del genere, anche l’approccio alla performance live dovrà cambiare radicalmente. Furono proprio i Daft Punk a inventare il gigantismo dei concerti elettronici, con il maestoso palco a forma di piramide con dentro due testoline sormontate da caschi che si muovevano a tempo e che potevano destare il fondato sospetto non solo di non star facendo niente se non lasciar suonare una sequenza pre-registrata di canzoni, ma addirittura di non essere neanche loro due sul palco. Ora che lo fanno in molti (da cui la polemica sulle performance ‘schiacciabottone’ nella EDM) i Daft Punk dovranno necessariamente montare un concerto con musicisti veri. Vedremo cosa si inventeranno: già stanno girando voci insistenti sulla loro partecipazione come headliner al Coachella dell’anno prossimo. I fan della prima ora interpretano male questo ‘tradimento’ della musica elettronica da parte del duo francese, ma Thomas Bangalter dichiara: “I computer sono molto utili per un sacco di cose, ma non sanno generare emozioni come gli strumenti musicali. Non sono stati creati per diventare strumenti. Dentro a un computer tutto è sterile, non c’è suono, non c’è aria, è tutto un codice. Come al cinema: gli effetti generati dal computer creano meraviglie, ma è difficile creare emozione. Da un certo punto di vista potrebbe sembrare un album registrato prima dell’era della musica elettronica, in realtà questo non sarebbe stato possibile. Diciamo che cerchiamo di nascondere le macchine presenti nel disco così come Peter Jackson cerca di nascondere gli effetti digitali ne Il Signore Degli Anelli”. La realtà, come commenta l’arguto blogger americano Bob Lefsetz, è che “l’eccellenza trascende ogni regola: se sei fantastico non devi fare altro che mettere in circolazione la tua musica”.

mancanoglispazi #77

Postato il 07 maggio 2013 alle 04.05

Ieri c’è stata la conferenza stampa di presentazione del nuovo album di Elio E Le Storie Tese, che si intitola “L’Album Biango”. Premessa la grande ammirazione che ho sempre avuto per gli Elii, la loro musica, la simpatia, il sense of humour intelligente e il loro grande eclettismo, ripensando alle cose dette ieri viene un briciolo di tristezza. Perché, si chiederanno i nostri fedeli lettori, ne parli qui, in un blog destinato alle nuove generazioni di musicisti? Perché gli argomenti trattati hanno proprio a che fare con l’evoluzione del mondo della musica e la capacità di adattarsi ai nuovi scenari. Faso ha fatto una filippica contro facebook e tutto il mondo ‘social’, rivendicando il diritto alla privacy, stigmatizzando i ‘rompiballe’ e il pubblico che fa le foto ai concerti coi telefonini. Ora, può anche dar fastidio, ma a ben vedere è la storia dei ‘paparazzi’ che si ripete. 50 anni fa gli attori famosi cercavano di sfuggire ai fotografi ma in fondo erano ben contenti di essere oggetto di tutta quella attenzione mediatica. Oggi il problema non è se hai tanti follower che ti scocciano con domande e richieste, il problema è se non li hai. E poi gli Elii sono stati tra i più all’avanguardia nel seguire con grande serietà il loro ‘Fave Club’ molti anni fa. I Social Network non sono che l’estensione di quel concetto, basta saperli capire e utilizzare anziché considerarli solo una perdita di tempo o una intrusione nella propria vita. L’argomento ‘la buona musica non viene più cagata da radio e televisioni’ è stato toccato diverse volte. La bravissima corista del gruppo, Paola Folli, si è lamentata che un bel documentario su Maria Callas fosse andato in onda di notte, come se non esistesse il procedimento della videoregistrazione che ti permette di vedere tutto quello che vuoi all’ora che vuoi. Cesareo, parlando del ‘Concerto del Primo Maggio’, ha stigmatizzato la scelta di far suonare le band minori di pomeriggio e quelle più famose di sera, senza considerare che: 1) questa è una regola di tutti i festival del mondo, 2) per le band giovani partecipare ad un festival importante è comunque una opportunità grossa, a qualsiasi ora ti esibisci e 3) se un evento musicale è anche televisivo e tu sai fare la televisione, gli artisti importanti li metti negli orari strategici e non li posizioni a casaccio. Elio ha sostenuto che è ‘triste’ vedere che un trombettista eccellente come Demo Morselli ‘è costretto’ a fare l’ospite nei programmi tv (del resto si è fatto conoscere dirigendo per anni l’orchestra del Costanzo Show). E’ strano sentire una affermazione del genere da un artista che ha fatto della ‘diversificazione del business’ la sua caratteristica più evidente. Gli Elio e Le Storie Tese sono da sempre la band più ‘multitasking’ d’Italia, e campano mettendo insieme gli introiti sacrosanti che derivano loro da radio, programmi tv, pubblicità (sono testimonial di Cynar), teatro, concerti, dischi, magliette etc. Oggi non è più realistico augurare a un musicista di campare facendo solo la sua musica, è il mondo circostante che ti chiede di essere interdisciplinare. E mentre Cesareo sosteneva che oggi alla radio e in tv ‘non ci sono spazi’ (vedete che attinenza stringente con il nome del nostro blog?) per far conoscere ai giovani la buona musica (intesa come quella del passato), Faso rispondeva che i suoi giovani allievi di baseball avevano scoperto gli Earth Wind & Fire su internet e ora sapevano tutto di loro. Quindi gli spazi ci sono eccome, basta aver voglia di scoprirli. Infine, sempre in un afflato nostalgico, e annunciando l’intenzione di avere un programma tv tutto per loro (che seguiremmo con grande gioia, peraltro), è arrivata la consueta frase che ogni tanto tirano fuori i musicisti: “Sarebbe bello ci fosse di nuovo un programma come D.O.C.”. “D.O.C.”, programma quotidiano (!) pomeridiano (!!) e in diretta (!!!) in onda su Rai 2 all’inizio degli anni ’80 (quindi 30 anni fa) e voluto da Renzo Arbore, era senz’altro bellissimo e ambizioso, ospitava grandi della musica che suonavano dal vivo, da Miles Davis a James Brown, era una importante vetrina per le nuove leve della musica italiana e tutto quanto ciò che di buono se ne può dire, ma…c’è un ‘ma’ grosso come una casa. Era un  bagno di sangue per le casse della Rai. Era talmente costoso, con tanto di studio di registrazione professionale perennemente in funzione e dispendio di risorse senza controllo, che cominciò a far perdere soldi all’azienda dal primo minuto in cui andò in onda. Infatti chiuse dopo, se non erro, solo un paio di stagioni. Oggi, e dovrebbe saperlo chi lavora nel mondo della musica, la pacchia è finita da un bel po’. Un programma come D.O.C. (o come il bellissimo “Taratata’” della tv francese, anch’esso scomparso da tempo), non avrebbe alcun senso economico e nessuno può più permettersi di perdere soldi in tv. Per concludere, ieri ho ascoltato dagli Elio e le Storie Tese dei discorsi sorprendentemente antiquati e poco a contatto con la realtà circostante del mondo musicale, il che non ne diminuisce la grande considerazione che ho di loro né l’ammirazione per la loro musica. Eppure loro sono stati i primi, una decina di anni fa, a mettere in discussione addirittura l’intero sistema discografico, uscendo dalle major e sperimentando la via dei cd live prodotti in tempo reale e venduti a fine concerto. Sono stati ‘avanti’ in molte cose, gli Elii.
Mi auguro che riprendano a guardare il mondo da un oblò, senza annoiarsi un po’.

P.S. – se non avete colto la citazione meglio per voi, vuol dire che siete giovani.

mancanoglispazi #76

Postato il 09 aprile 2013 alle 10.04

Tutti ascoltano musica in modo differente, dunque non capisco come possano i critici musicali avere un lavoro”. Questa frase lapidaria scritta su Twitter da Tyler The Creator, uno dei più brillanti nuovi artisti hip hop, ha scatenato una accesa discussione sul ruolo della critica nel moderno scenario della fruizione musicale. Aggiunge Tyler: “E se quello che io vedo blu tu lo vedi giallo?”. In fondo questo è il punto: cosa hanno fatto finora i critici musicali? Ci hanno informato sull’esistenza di qualcosa che noi ancora non conoscevamo, parlandocene bene oppure male. Ci dicevano, ad esempio, che un disco stava per uscire e se ce lo consigliavano o no. Oggi, e l’abbiamo già scritto su queste pagine parlando di Spotify, Youtube etc, la distanza temporale e fisica tra la ‘pubblicazione’ di nuova musica e la sua fruizione è annullata. Dal momento in cui un brano viene messo in rete è disponibile a tutti. Ogni utente è sugli stessi blocchi di partenza dei critici musicali. Quindi, perché devo stare a sentire uno che mi dice che é giallo qualcosa che nello stesso momento io ho la possibilità di vedere e giudicare blu? La ridefinizione del ruolo della critica va ovviamente di pari passo con la rivoluzione tecnologica dei mezzi di comunicazione. Gli spazi dedicati agli articoli sulle riviste specializzate oggi sono stati sostituiti dai veloci ‘post’ sui blog di riferimento per ogni nicchia musicale. Per tipologia di formato e abitudine di lettura i giudizi sono diventati sempre più sintetici, perdendo per strada l’autorevolezza, la profondità e lo stile letterario che hanno fatto la storia della critica musicale (pensate a quanto ancora si celebra una figura come Lester Bangs proprio per il modo in cui scriveva di musica). In polemica con il celebre blog americano Pitchfork, che ha pubblicato un giudizio sfavorevole sul suo album con gli How To Destroy Angels, Trent Reznor ha scritto “Allarme recensione sicuramente negativa di Pitchfork! E’ confortante sapere che certe cose sono costanti e così prevedibili in questi tempi confusi”. Anche Dave Grohl, nel già celebre ‘keynote’ alla SXSW di Austin il mese scorso, aveva detto “Devo lasciare che sia Pitchfork a decidere che musica mi piace?!?”. Qui in realtà la storia si ripete. Anche negli anni 70 e ‘80 si salutava con entusiasmo la nascita delle fanzine e delle riviste ‘alternative’ (che erano l’equivalente dei blog di oggi) ma quando diventavano popolari e quindi influenti si diceva “Chi saranno mai questi qui per sparare giudizi?!?”. Per contro le suddette riviste e fanzines prima incensavano le nuove band quando erano sconosciute per poi condannarle appena diventavano famose e ‘commerciali’ (la chiamavamo ‘La sindrome di Rockerilla‘). Di recente mi sono ritrovato a sfogliare vecchie riviste musicali degli anni ’70, che accusavano di bieco asservimento al mercato artisti di jazz d’avanguardia, colpevoli di aver venduto alle multinazionali del disco la purezza della loro arte al solo scopo di fare soldi. Si esagerava, certo. Ma almeno si parlava di musica sui giornali, si scatenava il dibattito, si favoriva la dialettica, si incuriosiva il pubblico, la critica serviva per informare e per generare discussioni. Così come allora Frank Zappa sosteneva provocatoriamente che “Scrivere di musica è come danzare di architettura” (cioè mettere insieme due forme d’ arte che non possono coesistere) oggi l’Hollywood Reporter titola “Are music critics pointless?” e si chiede “Nell’era di Twitter è cambiato il ruolo del critico o è semplicemente più facile per i musicisti reagire pubblicamente ad articoli non graditi? E chi, nell’era di Internet, dove ognuno può definirsi ‘critico’, è qualificato per recensire musica?”. Un veterano della critica musicale americana, Michael Azzerad, ha appena lanciato il sito The Talkhouse, in cui pubblica una recensione di album al giorno, tutte scritte da musicisti. “Nessuno meglio di un musicista conosce la musica”, dice Azzerad, che offre anche la possibilità all’artista recensito di replicare all’opinione del collega che ne ha scritto, creando dunque un dialogo online tra ‘pari’, tra musicisti che parlano la stessa lingua. Mentre si discute in rete di questo argomento, il veterano critico musicale di Rolling Stone, David Fricke, ricorda sulle pagine del sito rollingstone.com la figura di Paul Williams, definito “The first rock critic”, autore nel 1988 del fondamentale libro “The Map or Rediscovering Rock and Roll: A Journey”, scomparso il 27 Marzo scorso a 64 anni. “Scriveva con criterio ma non con superiorità o pigro biasimo. – così lo descrive Fricke – Lavorava per trovare sentieri e connessioni attraverso attenti e spesso ripetuti ascolti, e presentava i risultati della sua ricerca come se tu fossi un compagno di viaggio, non solo un lettore”. Sempre a proposito di Paul Williams, Peter Buck dei R.E.M. ha scritto: “La sua passione era sempre lì. Potevi giurare che Paul era una persona che scriveva di cose di cui aveva grande cura”. Di quanti giornalisti musicali potremmo dire le stesse cose, oggi? Se guardiamo all’Italia, di certo l’autorevolezza non sta più, di casa tra le righe delle recensioni che leggiamo sui giornali. Se da un lato ancora resistono alcune riviste specializzate, galleggiando faticosamente nel mare della crisi dell’editoria, dall’altra la maggior parte dei quotidiani ha da tempo smesso di occuparsi di musica, evidentemente pensando che non interessi ai lettori. Fateci caso, nelle interviste agli artisti, anche in occasione dell’uscita di un nuovo album, l’attenzione viene sempre puntata su orientamenti politici e sessuali, fidanzamenti, gravidanze, gossip, tradimenti e rivalità con qualche collega. I critici musicali sono costretti a non fare più il loro mestiere, bensì a diventare giocoforza cronisti di vicende della vita privata dei musicisti. Non interessa dire se una canzone è musicalmente o liricamente valida, interessa scoprire se nel testo c’è qualche stoccatina dedicata alla ex fidanzata fedifraga. Non interessa sapere con quali musicisti l’artista sarà sul palco, ma se sta vendendo meno biglietti del previsto per i concerti. Non interessa ascoltare la musica e parlarne, interessa scrivere cosa voterà l’artista alle prossime elezioni. Ricordo perfettamente un MTV Day in cui un giornalista si sentì dire per telefono dal caporedattore che lo spazio sul giornale per recensire un festival con 10 band che suonavano davanti a 50.000 persone lo avrebbe avuto solo se uno degli artisti avesse detto qualcosa dal palco contro il governo. L’anno scorso, alle conferenze stampa (vicine tra loro nel tempo) dei nuovi dischi di Tiziano Ferro e Laura Pausini, entrambi gli artisti esordirono con lunghi monologhi in cui parlavano di tutta la musica dei loro dischi, arrangiatori, musicisti, produzione, studi di registrazione, argomenti delle canzoni. Come se volessero dire “So benissimo che nessuno di voi mi chiederà nulla di quello che veramente ci tengo a raccontare, quindi tanto vale che io ve lo dica prima, e ora che ho finito chiedetemi pure se voglio avere un figlio, se sono di destra o di sinistra, che ne penso dei talent show e del riscaldamento globale. Prego, via alle domande”. Un paio di eccezioni che confermano questa regola ci sono, tra i quotidiani italiani, ma in generale non si può dire che lo scenario non sia desolante. E ancora una volta, osservando quello che succede nel mondo, vediamo che il New York Times, il Guardian di Londra, Liberation in Francia, nelle pagine degli spettacoli hanno firme autorevoli che quando parlano di musica pop ne parlano davvero. Da noi l’autorevolezza nel mondo della critica si ferma a poche storiche firme e quasi nessuna di nuova generazione. Degli altri, che conosciamo, frequentiamo, incontriamo ai concerti ed in alcuni casi sono anche amici, non ci è dato di sapere se effettivamente sarebbero dei bravi critici musicali, perché quel lavoro i loro capi non glie lo fanno fare, preferiscono mandarli a fare gli opinionisti in tv, come se così si guadagnassero stima e reputazione. Allora per forza poi ci si chiede, come ha fatto l’Hollywood Reporter, “Are music critics pointless?”. Guardo dietro alla mia scrivania i libri di Lester Bangs, Nick Kent, Timothy White, Simon Reynolds, Bill Flanagan, e mi viene da pensare che anche nell’era dei blog e di twitter la critica musicale non è per niente ‘pointless’ se chi scrive lo fa con amore, sincera passione e capacità, e se i mezzi di informazione, su carta e in rete, provassero a pensare che leggere di musica può essere bellissimo e insegnare tante cose anche se viviamo in un’epoca in cui ognuno può ascoltare quello che vuole quando vuole. Un bravo giornalista musicale non mi convincerà che è giallo quello che io vedo blu, ma saprà farmi venire la curiosità di provare a scoprirne anche un altro colore che non avevo notato, e magari riuscirà a farmi pensare che non è poi così male danzare di architettura.

mancanoglispazi #75 – speciale from SXSW 2013 Day 4

Postato il 18 marzo 2013 alle 06.03

di Luca De Gennaro

Fino a qualche anno fa il Sabato del SXSW era l’ ‘hangover day‘ dopo 3 giorni di fuoco. Questa volta invece sembra che le più grandi star abbiano aspettato oggi per calare su Austin. Stasera sono attesi Prince, Justin Timberlake, Smashing Pumpkins, e da ieri i corridoi del Convention Center sono pervasi da voci non confermate su apparizioni inattese di Jay Z e addirittura dei Daft Punk. Ad essere bravi si potrebbe facilmente far circolare la notizia di un secret gig dei Rolling Stones in un negozio di gommista e ci crederebbero tutti. Ieri sera, mentre all’Auditorium Shores i Flaming Lips sbagliavano completamente il concerto proponendo brani nuovi, difficili e totalmente sconosciuti ad un pubblico di famiglie che era lì per divertirsi, i Depeche Mode suonavano soprattutto i pezzi del nuovo album ma di fronte ad un ristretto pubblico di appassionati che aveva fatto carte false e ore di fila per vederli in un club da poche centinaia di persone. E comunque nel finale non sono mancati alcuni hits, da “Personal Jesus” a “Enjoy The Silence” e “Walking In My Shoes”. Intanto, poche centinaia di metri i Green Day infuocavano l’ACL Theatre con uno show perfetto che dimostrava quanto Billy Joe sia tornato in forma dopo il rehab. Loro, che 20 anni fa arrivarono a Austin col furgone per suonare da Emo’s, sembravano ancora i ragazzini che hanno appena scoperto i Clash e mettono nel concerto tutta l’energia possibile. Qui si torna al concetto espresso ieri della ‘centralita’ della canzone’. La differenza la fa la qualità dei brani. Sempre. I Green Day hanno un sacco di hits, prima del loro concerto è risuonata dall’impanto “Bohemian Rhapsody” dei Queen e sono partiti cori, applausi, balli spontanei di gruppo, delirio totale, per una canzone suonata da un disco. Ieri all’interessante panel sulla “Promozione radio nel nuovo millennio” si diceva proprio questo: “It’s all about having a song“, e questo non vuol dire fare l’occhiolino alla radio per avere i passaggi, perché, come hanno detto i vari programmatori presenti, “le canzoni troppo radiofoniche non fanno la differenza“, non portano niente di più alla radio. Gli esempi citati dei successi di Of Monsters And Men, Lumineers, Mumford And Sons, Gotye, dimostrano quanto l’originalità di una canzone sia fondamentale, specie in un mondo nel quale la musica è ‘disposable’. Al panel “Selling albums in a Spotify World” i sistemi di streaming sono stati accusati di essere responsabili di generare scarsa affezione nei confronti della musica, il cosiddetto fenomeno ‘Listen and leave‘: ascolti una canzone ma non ti interessa l’artista e te ne dimentichi in fretta. Un’altra sensazione chiarissima che salta agli occhi in questo SXSW è la segmentazione del pubblico rispetto alla musica. Ognuno qui può vivere il ‘suo’ SXSW, se ti piace il rap hai il tuo percorso e i tuoi club, così se sei un appassionato di metal, un professionista della musica, un fan del classic rock, del neo soul, e quest’anno anche dei documentari musicali, sempre più interessanti, che hanno fatto da ponte tra il Film Festival e il Music festival del SXSW. La genialità è riuscire a mettere tutti questi mondi insieme in una sola città e negli stessi 5 giorni. Poi ci sono ovviamente gli ‘onnivori’ che cercano di vedere e sperimentare tutto, come il sottoscritto, che ieri notte è saltato dai Green Day alla nostra reginetta electro Tying Tiffany, dalla bravissima Laura Mvula, musa emergente dell’ r’n'b più raffinato e non convenzionale fino al metal degli amici Lacuna Coil, che hanno incendiato il Dirty Dog Bar salendo sul suo piccolo palco all’ 1,30 di notte. Loro sì che rappresentano il modo in cui si lavora oggi con la musica se sei una rock band. Fanno dischi che vanno nei Top20 in classifica in USA ma suonano in ogni piccola cittadina in locali che, come quello di ieri sera, non hanno neanche uno straccio di camerino. Un momento sono fuori, per strada, nel retro del locale a chiacchierare, e 30 secondi dopo sono sul palco a fare il rock’n'roll. Come sempre si chiude l’esperienza del SXSW con la piacevole sensazione che ci sia tantissima musica in giro, che sempre più gente abbia voglia di suonare, che sempre di più il mercato delle aziende sia attento alla musica e al suo potere di comunicazione ed empatia (il ‘branding’ non è mai stato tanto evidente come quest’anno) e che il mondo ‘social’ sia sempre più organicamente parte del sistema musicale. “Twittateci!” urlava ieri al pubblico il cantante dei Polyphonic Spree alla fine del concerto alla festa del blog Brooklyn Vegan, e al concerto di L.L.Cool J il brano del bis si poteva votare via twitter (ha vinto “Whaddup”, per la cronaca, anche se io avevo votato “Mama said knock you out”). Grandi assenti da tutto ciò le case discografiche tradizionali, ad eccezione della Warner che da qualche anno organizza showcase dei suoi nuovi artisti. Ma forse è giusto che sia così. Il modello di business della discografia major con questo scenario non c’entra più quasi nulla. Ha senso per le etichette piccole che sono anche dei ‘brand’ identificativi di un certo mondo musicale e che non hanno più la vendita dei dischi come ‘core business’. Oggi va avanti chi parla ad una ‘community’, come ha detto ieri Chuck D dei Public Enemy nel suo incontro con il grande bassista funk Bootsy Collins. La tua ‘comunità’ di riferimento è quello che ti sostiene, e a cui devi parlare. Fare da soli ma suonare insieme, come ci ha ricordato Dave Grohl nel Keynote. “If we ain’t vibing with each other, I call that playing with yourself” ha detto Bootsy Collins.
Un evento come il SXSW, ogni anno ti apre la mente verso il nuovo mondo e ti fa sentire parte della grande ‘community’ della musica. Ci si risente in Italia la settimana prossima. Keep on rockin’ in the free world.

mancanoglispazi #74 – speciale from SXSW 2013 Day 3

Postato il 15 marzo 2013 alle 05.03

di Luca De Gennaro

IT’S THE SONG, BABY.

Possiamo dibattere per ore le nuove vie della diffusione musicale e gli argomenti dei ‘panels’ di oggi al SXSW: “Vendere album nel mondo di Spotify”, “La promozione radio nel nuovo millennio”, “Usare i social network per riempire i concerti” eccetera, ma quello che viene fuori in questi giorni con grande chiarezza è che ciò che davvero conta è ‘La canzone‘. Senza una fottutissima bella canzone non vai da nessuna parte. I segnali sono ovunque: Dave Grohl ieri mattina, durante il suo keynote, ha ricordato che il motivo per cui i Nirvana si distinsero dalla miriade di band tutte uguali dell’epoca e diventarono i più grandi del mondo è perché c’era un tizio che scriveva canzoni più belle. Clive Davies, grande discografico che ha lanciato le carriere di Janis Joplin, Springsteen, Santana, Rod Stewart, Whitney Houston, fino ad Alicia Keys e Christina Aguilera vivendo in prima persona le evoluzioni di 50 anni di musica (“Ad un certo punto ho visto che le chitarre erano state elettificate!“) ha fatto ascoltare il provino originario di “I Wanna Dance With Somebody” e poi la versione che diventò il successo planetario di Whitney per fare capire quanto la costruzione di una canzone sia fondamentale. L’altra sera il nostro amico Congorock, dj leccese saggiamente trasferito a Los Angeles, mi raccontava a cena di come nel mondo elettronico funzioni una ‘fabbrica di canzoni’ che vede interagire produttori, ‘topliners’ e cantanti, tutti alla ricerca della canzone perfetta. “Harlem Shake“, mi diceva, era nato come un semplice ‘beat’ in condivisione tra djs, però aveva qualcosa di speciale e 2 anni dopo è diventato un hit al numero 1 in USA proiettando il suo autore, il ventenne Baauer, nell’olimpo dei superdjs mentre fino a pochi mesi fa era solo uno dei tantissimi nerd smanettoni. ‘La canzone’ è stata protagonista dello straordinario concerto di ieri sera da Stubb’s, i Sound City Players che Dave Grohl ha assemblato per accompagnare il lancio del suo film, che, guarda caso, è un omaggio ad uno studio di registrazione, quindi al luogo per eccellenza dove vengono forgiate le canzoni. La miglior cover band del mondo, i Foo Fighters, ha accompagnatro grandi del rock e personaggi di culto dell’undergeround americano, e le vere emozioni le abbiamo vissute con brani come “Landslide“, “Dreams” e “Stop Dragging My Heart Around” cantate dalla sempre meravigliosa Stevie Nicks, “Jessie’s Girl” con l’eterno ragazzino Rick Springfield, e “Surrender” con Rick Nielsen dei Cheap Trick, per finire con “Proud Mary” cantata da un elettrizzato John Fogerty. E’ la canzone che fa la differenza. Clive Davies ha appena pubblicato un libro autobiografico in cui racconta come, dopo due matrimoni e diversi figli e nipoti, ha scoperto e assecondato la propria bisessualità. “Mi sono accorto che era giusto privilegiare il fatto di sentirsi attratti dalla persona, piuttosto che dal genere a cui appartiene“. Come con le canzoni: può non piacerti un genere, ma se un brano ti prende il cuore ha raggiunto il suo scopo.

mancanoglispazi #73 – Dave Grohls’s Keynote at SXSW

Postato il 15 marzo 2013 alle 12.03

di Luca De Gennaro

The musician comes first“. Una iniezione di fiducia per ogni ragazzo che voglia esprimersi con la musica. Questo il riassunto di un’ora di appassionante discorso con cui Dave Grohl ha aperto ufficialmente il SXSW di Austin, il festival che più di ogni altro al mondo vede calare in una città per 5 giorni musicisti di ogni parte del pianeta ansiosi di farsi notare. I ricordi di Grohl partono dal disco che gli fece decidere che fare della sua vita: “Frankenstein” di Edgar Winter. “Ho rinunciato a tutto per un fottuto riff“. Un brano strumentale, senza voci, dove ogni musicista faceva un assolo, eppure quelle erano le loro voci, con lo strumento si esprime la propria personalità e il piacere di fare musica con altre persone, di formare una band. “La musica è diventata la mia religione, le rockstar i miei santi, il negozio di dischi la mia chiesa, le canzoni le mie preghiere“. Grohl ha dimostrato, con una chitarra acustica e due vecchi registratori a cassette, come riusciva a registrare ‘multitraccia’ in casa, e come imparò a fare tutto da solo: l’indipendenza, la consapevolezza che un musicista, se lavora sodo e con convinzione, non ha bisogno di nessun altro. “A 13 anni ho capito che potevo registrare un disco, pubblicarlo, organizzarmi concerti, disegnare le magliette, potevo fare tutto da solo“. La cugina punk di Dave, a Washington, diventa il suo primo eroe e gli fa ascoltare la musica di un lungo elenco di band che ha voluto ricordare durante il discorso. E’ l’altro momento in cui tutto cambia: un festival punk di fronte alla Casa Bianca, nel 1983, dove tutti cantano la canzone “I Dont’ Need Society“. Dave si mette a suonare punk in giro, non ha un soldo, dorme sui pavimenti, “Ma amavo ogni momento di quella vita, perché ero libero“. Poi l’incontro con i Nirvana, che a differenza di tutte le altre band “Avevano le canzoni! E avevano Kurt, ma non avevano un batterista“. Con loro si mette a provare in una cantina, senza conoscere il sole o la luna, ogni giorno, tra di loro comunicano con gli strumenti, trovano la loro voce anche senza parlarsi. Al primo incontro con una major del disco, nel 1990, mentre le classifiche sono dominate dal pop di matrice r’n'b di Mariah Carey e En Vogue, Cobain disse “Vogliamo diventare la più grossa band del mondo“. “Io pensavo che scherzasse“, commenta oggi Dave. In omaggio ai loro eroi Sonic Youth firmano anche loro per la Geffen ed esplode tutto, con Nevermind e poi In Utero. Essere al centro dell’attenzione, passare dalle cantine senza luce alla cima delle classifiche può portare a pericolosi sensi di colpa, che Dave stigmatizza: “Perché parlare di Guilty Pleasures e non solo di Pleasures? Che colpa c’è se una canzone ti piace? Secondo me Gangnam Style e la canzone più figa degli ultimi anni, infinitamente meglio del nuovo album degli Atoms For Peace. Oggi si cercano legittimazioni sulla musica, ma mica me lo faccio dire da Pitchfork cosa mi deve piacere, e chi giudica una voce, “The Voice“? Immaginatevi Bob Dylan che canta “Blowing In The Wind” e Jennifer Lopez che dietro la scrivania dice “Ha una voce un po’ troppo nasale“. Quando muore Cobain, Dave si sente tradito dalla musica e pensa di mollare tutto. Poi decide di ricominciare da zero, da solo, con l’energia di quel concerto punk a Washington visto 10 anni prima. Nel primo disco dei Foo Fighters suona tutti gli strumenti prima di decidere chi farà parte della band. “Sono il migliore batterista del mondo? Certo che no. Sono il migliore cantante, o compositore? Neanche, ma ho trovato la mia voce ascoltando Frankenstein di Edgar Winter“. Il film “Sound City“, debutto alla regia di Grohl, presentato ieri al SXSW, è un tributo allo studio di registrazione dove realizzarono Nevermind, e all’elemento umano della musica. Oggi le innovazioni tecnologiche rendono molto più facile l’indipendenza di cui Dave parla, ma il discorso si chiude con un’ode al vinile, e con il racconto del momento in cui ha insegnato alle sue piccole figlie come si ascolta un disco, per trovarle mezz’ora dopo nella stanza che ballavano “Get Back” dei Beatles che girava sul piatto. Sono loro, e tutti i ragazzi che crescono oggi, che un giorno dovranno trovare la loro voce, trovare i propri eroi, diventare a loro volta eroi di qualcun altro, come la cugina punk, muoversi con la loro energia e il proprio lavoro, essere indipendenti e consapevoli che, sempre e comunque, “The musician comes first“.

di Luca De Gennaro

Per usare un’espressione familiare al pubblico di MTV, anche il SXSW vive di ‘vite parallele‘. Ci sono quelli che frequentano i panels e gli incontri professionali, quelli che tutto il giorno girano per i locali a vedere bands dal vivo e scroccare nachos e birrette gratis, e quelli che, un po’ come al MIDEM di Cannes, preferiscono stare ‘fuori dalla pazza folla’ e organizzare i meetings nel lusso degli Hotel del centro. Il ristorante del Four Seasons all’ora di pranzo pullula di ‘executives’ seduti con giovani ‘start uppers’ che presentano le loro idee rivoluzionarie dagli IPad. “Vedi, questa è una nuova forma di videoconferenza interattiva collegata a facebook però con una parte e-commerce e la possibilità di applicare il sistema alle playlist generate dai social…..”e intanto vengono serviti cocktail di gamberi e club sandwich in continuazione mentre nel parco appena fuori, in riva al lago, joggers di ogni età corrono nel sole noncuranti del fatto che a pochi metri di distanza si decidono le sorti del music business mondiale. Stasera, come sempre, sarà difficile riuscire a vedere anche solo una parte di quello che vorremmo, ma in giro per i locali ci sono: Kendrick Lamar, Kodeine, Tenacious D., Phosphorescent, Rudimental, Tegan & Sara, Local Natives, Iggy & The Stoges, Toro Y Moi, Japandroids, Jim James, Al J, Nick Cave & The Bad Seeds, Yeah Yeah Yeahs, Specials, Devendra Banhart, Jake Bugg e una serie di djs, da Loco Dice a Richie Hawtin, da 12th Planet a Baauer (quello di “Harlem Shake“).

di Luca De Gennaro

Eccoci tornati ad Austin Texas, capitale della musica dal vivo, per la South By Southwest Music Conference. Ogni anno si notano delle differenze sostanziali, rispetto all’anno prima, segno chiaro che le cose nella musica cambiano in continuazione. Stamattina, al ritiro del badge del SXSW la differenza tangibile è il peso della ‘bag’. Fino a qualche tempo fa era una borsa piena di cazzatine, CD, ‘goodies‘ di vario genere e un sacco di carta: inviti, flyers etc. Quest’anno c’è il libro della guida, c’è la utilissima ‘pocket guide’ da portare in tasca per 5 giorni, e basta. Tutte le informazioni e gli appuntamenti si sono trasferiti nelle app sui telefoni mobili, e tutto va in quella direzione. Ieri ho volato da New York ad Austin con Jovanotti e la sua band, che oggi cominciano una serie di concerti qui. Lorenzo notava come l’abitudine dei ragazzi ad acquisire musica direttamente sul cellulare, senza neanche passare dal computer, abbia cambiato radicalmente la classifica di vendita dei singoli. Il metodo influisce sul contenuto, la tecnologia, ancora una volta, guida il cambiamento della creazione. Inutile dire per il nono anno di seguito che qui ci sono un sacco di cose da fare e da vedere. Per farvi capire il mood vediamo alcuni degli argomenti dei ‘panels’ di oggi: “Stairway o heaven and cloud music”, “The Top Ten Web Music Companies of 2013″, “How to build a profitable music app”, “Putting the revenue in Creative Commons”. Il macro-argomento “Come cercare di fare soldi nel mondo in cui la musica circola gratuitamente” viene dibattuto su tanti tavoli, a partire dal ‘Caso Amanda Palmer’ di cui lei stessa ci parlerà oggi, fino alle ‘Music Libraries’. Nel pomeriggio i primi incontri pubblici con gli artisti, oggi Jim James e i Depeche Mode. Domattina l’atteso ‘keynote’ di Dave Grohl. Forte presenza di musica italiana in questi giorni: Jovanotti, Benny Benassi, Congorock, Lacuna Coil, Tying Tiffany, Pan Del Diavolo e la pizzica del Canzoniere Grecanico Salentino.
A più tardi per aggiornamenti vari.

mancanoglispazi #70

Postato il 11 marzo 2013 alle 05.03

La pagina web sulla quale siete adesso, “MTV New Generation”, vive da più di 2 anni con l’obiettivo di dare visibilità online e in tv, e di offrire opportunità di esibirsi dal vivo in contesti prestigiosi a musicisti e band italiane di nuova generazione. Il bilancio finora è stato più che positivo. Migliaia di band hanno caricato il loro materiale sul nostro sito, alcuni tra gli artisti lanciati da noi si sono fatti apprezzare dal grande pubblico (da Emis Killa ad Andrea Nardinocchi, da Il Cile a Fedez), ad alcuni abbiamo offerto spazi live su palchi importanti e la circolazione della loro musica nella sonorizzazione di serie tv internazionali di MTV.
Da questa settimana MTV New Generation fa un ulteriore salto di qualità con la partenza dell’iniziativa “Cornetto Summer Of Music – negramaro Contest”, che permetterà ad alcune giovani band di salire su due tra i palchi più ambiti nella carriera di qualsiasi musicista: lo stadio di San Siro a Milano e lo Stadio Olimpico a Roma, in apertura dei concerti che i Negramaro terranno nel prossimo mese di Luglio. Un progetto che ci rende orgogliosi perché ci ritrova al fianco dei Negramaro, band che una decina di anni fa partecipò proprio ad un contest di MTV per band emergenti (“Mtv Brand:New:Talent”). Da quel contest cominciammo a conoscerli e li invitammo ad aprire un concerto da noi organizzato nella loro città natale di Lecce, alle Cave Del Duca. Quella fu la prima volta che la band suonò di fronte ad un grande pubblico, e pochi anni dopo i Negramaro riempirono lo stesso posto, da headliners, con più di 20.000 persone. E’ una specie di processo naturale, dunque, quello che 10 anni dopo vede i Negramaro, una delle band italiane più popolari e stimate, offrire a chi è adesso nelle loro condizioni di allora la ghiotta opportunità di salire sui palchi degli stadi a suonare. Ed è bello che abbiano scelto la nostra piattaforma come veicolo di comunicazione e di selezione del materiale che verrà inviato dai musicisti che vogliono mettersi in gioco. Tutto questo non si sarebbe potuto relizzare senza un partner che ne capisse la portata, e sulla strada della musica live abbiamo incontrato Cornetto, con cui abbiamo presentato l’iniziativa la settimana scorsa durante una serata a Roma.
Per il “Negramaro Contest” valgono le regole che MTV New Generation ha sempre avuto: niente cover, vogliamo sentire e vedere gente che suona davvero e che scrive musica originale. Se non si investe sui nuovi talenti della musica, ragazzi, non si va da nessuna parte. MTV lo ha sempre fatto e continua a farlo, e i Negramaro hanno pensato di offrire il loro palco alle migliori band emergenti che parteciperanno al contest. A partire da Maggio ci saranno 3 eventi live a Milano, Roma e Napoli, in cui si esibiranno le migliori band selezionate, e da queste verranno scelte quelle che suoneranno a San Siro il 13 Luglio e all’Olimpico il 17. E’ un’occasione straordinaria, fatevi sotto, e fateci vedere che c’è del talento vero nella musica italiana. Il regolamento lo trovate qui.
Aspettiamo la vostra musica, e ci auguriamo che tra voi ci siano i Negramaro del futuro.
In bocca al lupo a tutti.

mancanoglispazi #69

Postato il 25 febbraio 2013 alle 04.02

Due settimane dopo il lancio in Italia siamo già ‘addicted’ a Spotify, lo dicono i numeri. 100.000 iscritti nel primo giorno e 11 milioni di brani ascoltati nella prima settimana, artisti da Cesare Cremonini a Matteo Maffucci che ne twittano le lodi spontaneamente, e abitudini già cambiate tra noi dei media e il mondo della discografia. Fino a pochi anni fa ci dicevano al telefono “E’ uscito il disco di Ciccio, ti mando il CD”, negli ultimi tempi ci scrivevano via mail “Sta per uscire il disco di Ciccio, clicca qui per ricevere il download”. Da oggi ci diranno “Esce oggi il disco di Ciccio, puoi ascoltarlo su Spotify”. Ma al di là dei rapporti professionali, parlando della fruizione della musica tra appassionati, non vi sembra incredibile che qualsiasi contenuto sia accessibile in pochi secondi, facilmente trovabile e condivisibile con chi volete, legalmente ed entro certi limiti anche gratis? Gratis per noi utenti, mentre gli artisti e la discografia vengono regolarmente ricompensati. Spotify nel 2013 verserà circa 500 milioni di dollari all’industria musicale mondiale e sta cercando di stringere accordi più profittevoli con le tre grandi majors (Warner, Universal e Sony) in modo da risolvere la situazione di passivo in cui ancora versa malgrado i 20 milioni di ‘users’ attivi nel mondo, perché che Spotify funzioni bene è un vantaggio per tutti: artisti, discografia, utenti. Utilizzando Spotify quotidianamente capisci che il grande vantaggio è quello di annullare il tempo che fino ad ora è stato necessario per fruire della musica. Fino a poco tempo fa il procedimento era: 1) Leggi su una rivista specializzata che è uscito un nuovo album di Ciccio. 2) Vai in un negozio di dischi, lo ascolti, se ti piace lo compri. 3) Ne parli agli amici, uno di loro ti chiede di registrarlo su una cassetta. 4) La registrazione dura tutta la durata dell’album e a quel punto lo hai condiviso con una sola persona. Oggi: 1) Leggi da un link su Twitter che esce il nuovo album di Ciccio, quindi non devi neanche impiegare del tempo ad uscire per comprare la rivista. 2) Apri Spotify, scrivi il nome dell’album, e un secondo dopo lo stai già ascoltando, hai visto la copertina e hai tutte le informazioni necessarie. 3) Se pensi che possa piacere a qualche tuo amico glie lo invii sulla sua pagina di Spotify con un click, o se vuoi consigliarlo a tutti i tuoi amici di facebook e followers di Twitter lo condividi sempre con un solo click e voilà, in un attimo migliaia di persone a te collegate hanno accesso all’ascolto dell’album di cui pochi minuti prima non sapevi neanche l’esistenza. Un lasso temporale che una volta durava settimane, poi con la condivisione dei files mp3 si era ridotto, ora si annulla completamente, tutto avviene in tempo reale. Anche il passaggio da un tipo di musica ad un altro è in tempo reale. Devi concentrarti per un lavoro e ti dà fastidio continuare ad ascoltare i Sodom? In mezzo secondo trovi il Koln Concert di Keith Jarrett per solo piano che ti fa da perfetto sottofondo. Hai finito e vuoi risvegliarti un pò? Passi da Keith Jarrett agli Swedish House Mafia in un baleno. Il prossimo step sarà la playlist che si autogenera a seconda del tuo umore e della tua attività. Impossibile? Mica tanto. Sentite questa: conoscete Gracenote? E’ la compagnia che gestisce il database online con le informazioni sui contenuti audio da CD e dischi in vinile e fornisce i dati che permettono agli utenti di effettuare ricerche attraverso i media digitali. Per fare un esempio noto ai più, quando caricate un CD nel vostro computer per importarlo nella vostra libreria Itunes, è attraverso Gracenote che vengono riconosciute e titolate le varie tracce. Bene, Gracenote sta lavorando con la Ford ad un sistema per intercettare lo stile di guida e programmare canzoni diverse a seconda di come stai guidando, e sta sperimentando sulla Ford Focus un modo di comunicare tra i controlli della macchina e la tua libreria musicale. Ne hanno parlato pochi giorni fa durante il Music Hack Day a San Francisco, appuntamento annuale tra genietti pazzoidi e visionari del mondo della tecnologia applicata alla diffusione della musica. Dove tutto questo sfocerà possiamo solo immaginarlo. Pensate ad esempio ad un collegamento tra la tecnologia di Gracenote, il computer di bordo della vostra automobile e l’algoritmo di ‘music recomendation’ di Pandora, a quel punto non devi fare più niente, ed un’entità superiore selezionerà per te la musica ideale dei tuoi spostamenti in macchina. A quel punto saranno cavoli amari anche per le radio, perché ogni essere vivente e guidante avrà una playlist ‘taylor made’, cucita addosso in tempo reale a seconda dei propri gusti, il proprio umore del momento, la situazione in cui sta guidando, il tempo e il traffico. Troppo? Si, forse troppo. Lasciateci ancora per un pò alla libertà di scegliere che musica ascoltare, e a noi dj ‘umani’ che musica proporre agli altri usando le tecnologie di oggi. Chiudo infatti con un esempio. L’altra sera stavo guardando la scena finale di una puntata della serie “The Following”, nella quale si sente una canzone bellissima, che non conosco. Aziono Shazam e la riconosce: è “Fade Into You”, vecchio brano dei Mazzy Star ma qui nella versione di Stumbleine feat.Steffaloo (artisti mai sentiti nominare prima), tratta da un album che si chiama “Spiderwebbed”. In un attimo l’ho trovata su Spotify, l’ho aggiunta alla mia playlist “Degefy vol.2”, e ho condiviso la playlist con tutti i miei amici di facebook e i followers su Twitter. Se volete la trovate qui. Buon ascolto.