NEW GENERATION BLOG

 

mancanoglispazi #27

Postato il 02 novembre 2011 alle 03.11

di Luca de Gennaro

La banda!!!” urlava John Belushi nella parte di Joliet Jake dei Blues Brothers, illuminato dalla luce divina nell’indimenticabile scena della chiesa. Nulla, nella musica pop, è più importante della banda. Di scioglimenti, reunion e della convenienza di entrambi parlammo già in questo spazio lo scorso Febbraio, le storie delle band si inseguono nel tempo ma non succede quasi mai che il fuoriuscito da una band diventi più’ forte del ‘gruppo’. Torniamo sull’argomento alla luce del tanto discusso scioglimento dei R.E.M.. Quando viene diffusa una notizia del genere la rete si riempie di cordoglio e rimpianti da parte di nostalgici che da 15 anni non compravano più un disco della band, e di cinici commenti di chi sostiene che avrebbero dovuto già sciogliersi 10 anni fa. Personalmente ho sempre trovato almeno 2 o 3 pezzi molto belli in tutti i dischi dei R.E.M. Nel tanto bistrattato “Around The Sun”, per dire, c’era una perla come “Leaving New York”, che non è poco. Ma a parte le considerazioni personali, il successo decrescente dei R.E.M. fa pensare alla “Sindrome di Gillian Gilbert”, come argutamente la definisce Andrew Harrison sulle pagine di “Word”, che si verifica quando il distacco da una band dell’elemento considerato piu’ sostituibile e meno rappresentativo di tutti provoca comunque un crollo irrecuperabile delle fortune del gruppo stesso, e che prende il nome da Gillian Gilbert, tastierista dei New Order, che con lei raggiunsero le vette mai eguagliate di album come “Technique” e “Republic” e dopo la sua uscita non riuscirono più ad esprimersi a quel livello. Dai R.E.M. esce nel ’97 Bill Berry, il batterista, e la band passa in un attimo da essere una delle più importanti del mondo ad una serie di album, da “Up” in poi, che fanno storcere il naso al pubblico e li chiudono nell’angolo delle band di rock alternativo che non trovano un formato radiofonico adatto ai loro singoli, con l’aggravante di essere nel frattempo invecchiati. Lo stesso si può dire degli Oasis senza Tony Mc Carroll alla batteria, dei Clash senza Topper Headon, perfino dei Prodigy senza Leeroy Thornill, anche se nella band non suonava niente! Robbie Williams, nei Take That, era quello buffo. Il vero talento era Gary Barlow. Avete visto cosa è successo? Lui se ne va, la band non ce la fa più, si scioglie per tornare anni dopo e riaccoglierlo tra le braccia al calore degli stadi dopo la sua parabola solista di successi e insuccessi. 30 anni prima, il tipo buffo che sembrava inutile nei Roxy Music si chiamava Brian Eno. Esce lui, la band perde l’anima. E diciamo la verità, Jack White senza Meg, pur con le sue altre 2 o 3 band, non è la stessa cosa. E Le Vibrazioni senza Garrincha?  E Piero senza Ghigo? Ragazzi della New Generation, pensateci bene prima di lasciare che anche il membro apparentemente più marginale della band se ne vada per qualsiasi motivo. Gli equilibri in un gruppo sono delicatissimi, e spesso il vostro “Ringo” è il collante psicologico che tiene insieme tutti gli altri.

mancanoglispazi #26

Postato il 26 ottobre 2011 alle 03.10

di Luca De Gennaro

Non c’è solo una New Generation di musicisti. Esiste anche quella dei videomakers, mestiere sempre più ‘laterale’ in un periodo nel quale i budget destinati a questo genere di prodotto artistico sono, per forza di cose, sempre più piccoli, ed è passato da un pezzo il periodo d’oro in cui le case discografiche investivano decine di migliaia di euro per girare video di artisti italiani in giro per il mondo con elicotteri ed esplosioni. Eppure mai come ora il video è parte integrante della canzone, i ragazzi cercano la musica essenzialmente online, dove ogni canzone è attaccata a delle immagini, dunque la circolazione dei videoclip non è mai stata così ampia e per tutti gli artisti comunque avere il video in circolazione su MTV è ancora una cosa fondamentale. Tantissimi sono i video in circolazione, girati con risorse limitate e quindi sempre più legati alla creatività e alle idee. Su questo concetto si fonda la lodevole iniziativa della Associazione Culturale “Mercan-Zia” di Bologna che a cadenza biennale organizza “45 Giri Film”, una “gara a tempo per la realizzazione di videoclip inediti”, della quale si è tenuta venerdì scorso la serata finale al Cinema Lumiere di Bologna. I concorrenti sono gruppi di ragazzi organizzati in troupe di produzione ai quali viene affidata per sorteggio casuale la canzone di una band emergente italiana (i brani sono segnalati dai partners del Mei/Supersound) della quale ideare, girare, montare e consegnare un videoclip completo in un massimo di 45 ore. Il legame con la nuova generazione della musica italiana è tra gli scopi della manifestazione, che, come scritto sul sito, “si prefigge l’obiettivo di creare un link stabile tra le nuove produzioni musicali e il mondo dei videomakers indipendenti”. Nell’edizione del 2009 il premio al vincitore era la possibilità di girare il nuovo videoclip di Caparezza, “Ti sorrido mentre affogo”, che venne realizzato dalla troupe denominata “Nonnetto Coatto”. Quest’anno l’artista ‘testimonial’ della manifestazione è stato Daniele Silvestri, che ha presieduto venerdì sera una autorevole giuria composta da professionisti del video come Maki Gherzi (regista degli ultimi clip di Jovanotti e tanti altri), produttori, montatori, direttori della fotografia, registi, e della quale mi sono onorato di far parte. Durante la serata, brillantemente condotta da David Riondino, abbiamo visto sul grande schermo i 14 video finalisti di fronte al foltissimo pubblico di amici e sostenitori che gremiva non solo la sala del cinema ma anche altre 2 sale collegate via megascreen. Ha vinto la troupe bolognese denominataH.SO” ( si pronuncia “Accaso”) per la loro interpretazione del brano “Immobile” della band salentino-bolognese Strikkeballa. A loro dunque l’onore di dirigere e produrre il prossimo video di Daniele Silvestri, inappuntabile presidente di giuria. Complimenti a loro e a tutti gli altri che si sono prodigati a produrre e consegnare in meno di 2 giorni videoclip per band di area ‘New Generation’ come Phinx, Heike Has The Giggles, Voodoo Sound Club ed altri. Complimenti soprattutto ad Alessandra e Max di “Mercan-Zia” per la passione con cui hanno organizzato e gestito l’iniziativa, cercando e trovando l’interesse di vari sponsors tecnici, il patrocinio di Provincia e Regione e collaborazioni da istituzioni culturali bolognesi come Film Commission, Cineteca, MamBo, Cassero etc. “45 Giri Film” ci ha regalato una serata nella quale abbiamo visto da vicino tanti giovani creativi, appassionati, che hanno raccontato delle nottate insonni passate a farsi venire un’idea vincente, degli incidenti di percorso, della capacità di rivoluzionare in pochi minuti l’idea iniziale e ricominciare da capo senza perdere tempo, dello spirito di collaborazione tra tutti, sebbene fossero avversari, che hanno trasformato l’ostello in cui erano ospitati in una factory di produzione e montaggio in cui ci si aiutava gli uni con gli altri ad ogni ora del giorno e della notte. Chi, come me, ha fatto l’Università a Bologna negli anni caldi della creatività al potere pensava che quello spirito si fosse perso da tempo. Invece c’è ancora un entusiasmo tangibile, lo si vede dai volti sorridenti, dagli sguardi complici, dalle urla di supporto, dai modi in cui i ragazzi usano le tecnologie moderne e le macchine, sempre però al servizio della creatività e dell’arte.

mancanoglispazi #25

Postato il 19 ottobre 2011 alle 08.10

di Luca De Gennaro

Cosa c’entra Federica Pellegrini con gli artisti emergenti della musica italiana? C’entra per introdurre un concetto fondamentale che spesso viene invece considerato secondario, quello di ‘Sacrificio‘. Avrete letto la polemica scaturita dall’intervista in cui la nostra campionessa di nuoto ha declinato preventivamente l’offerta di portare la bandiera italiana alla parata inaugurale delle prossime Olimpiadi di Londra. “Il giorno dopo ho la gara dei 400 stile libero, – ha detto -. Non posso partecipare alla cerimonia di apertura”. Un rifiuto che a molti (incluso un autorevole opinionista come Michele Serra, che lo ha stigmatizzato nella sua rubrica “L’amaca” su Repubblica) è parso anti-patriottico ed egoista, ma che lei ha spiegato così: “Per me stare otto ore in piedi il giorno prima della gara olimpica, che preparo da quattro anni, è impossibile. Secondo voi mi piace aver fatto due Olimpiadi e non essere mai riuscita per questo motivo a vedere una cerimonia di apertura? Direi di no, ma non è colpa mia se il nuoto è il primo sport che parte la mattina dopo”. Federica è una star famosa in tutto il mondo, potrebbe comportarsi da star e prendersi applausi, riflettori, foto sui giornali. Invece ha deciso di stare in camera a riposare perchè il suo lavoro, il suo dovere, è fare bene la gara che ha preparato così a lungo. Questo si chiama sacrificio e si chiama professionalità. Negli USA, il dj radiofonico più famoso e strapagato si chiama Howard Stern. Fa un programma la mattina alle 6 seguito da decine di milioni di ascoltatori. E’ una superstar assoluta. La settimana scorsa ha raccontato alla radio che Robert Kraft, proprietario della squadra di football americano New England Patriots, lo ha invitato ad assistere ad una partita nel suo esclusivo Sky Box. Lui ha detto no grazie. Lo show ne avrebbe sofferto. Ha bisogno di stare da solo, la sera, per scrivere lo show della mattina dopo, concentrarsi, andare a dormire presto. Ha raccontato come questo abbia influito sulla sua vita famigliare. Avrebbe potuto passare più tempo con i figli, nella vita, e il suo primo matrimonio è andato a rotoli, ma per fare bene il proprio lavoro c’è bisogno di tempo e dedizione. Sacrificio, professionalità, preparazione. I Rolling Stones fanno il soundcheck prima di ogni concerto. Potrebbero farlo i loro super tecnici e invece lo fanno di persona. Sempre. Da 40 anni. La settimana scorsa ho visto i Negramaro fare il soundcheck di pomeriggio prima del loro terzo concerto milanese. I livelli erano testati già da due concerti nello stesso posto, non c’era alcun bisogno, invece erano lì a provare e riprovare per dare al loro pubblico il miglior spettacolo possibile. Se non lavori non arrivi ai risultati, e quando ci arrivi devi continuare a lavorare e a sacrificarti perchè il tuo show, gara di nuoto, programma radio, concerto, sia perfetto. Come quando avevi fame e volevi diventare una star. Se la fama ti induce a sederti, a non progredire, sei fregato. Anni fa,a Ibiza, il dj americano David Morales, allora uno dei più famosi al mondo, mi disse “E’ inutile che io passi ancora tanto tempo a sforzarmi di selezionare nuova musica quando il pubblico dei miei dj set vuole solo ascoltare i classici”. La sua china discendente fu impietosa. Il momento della massima creatività, nell’arte, è quando hai fame, quando sei torturato dalla voglia di essere riconosciuto come artista, quando soldi, sesso e champagne sono pensieri lontani e quello che conta è solo la tua musica, la tua band. Questo ti serve per diventare grande. Ma quando sei grande devi continuare ad avere fame, a lavorare con sacrificio, professionalità e preparazione, ad inseguire l’arte, non uno stile di vita. Perchè, come dice Fabri Fibra, “Oggi la vera star è il fan, che può mandarti affanculo in un attimo, se scivoli”.

mancanoglispazi #24

Postato il 12 ottobre 2011 alle 02.10

di Luca De Gennaro

Può capitare nella vita di incontrare una persona così importante per te che non hai la forza di dirgli niente. E’ quello che mi successe qualche anno fa quando ebbi l’occasione di conoscere Peter Gabriel, una personalità artistica così fondamentale per la mia storia personale oltrechè per la mia formazione musicale, che in quel momento l’unica cosa che mi uscì fu “Senti, io non so cosa dirti, ma vorrei tanto abbracciarti”. Fu come l’abbraccio di un figlio al padre che non ha mai incontrato. Poche settimane fa ho rivisto Peter Gabriel, a Milano per presentare il nuovo album “New Blood”, ed ormai esorcizzata l’emozione della prima volta e superato il timore reverenziale, finalmente ho avuto la forza e la fortuna di conversare amabilmente con lui per una mezz’ora. Tra le tante cose interessanti una riguarda da vicino gli argomenti di cui ci occupiamo in questa sede. Ha detto: “Il vero salto di qualità, sia per le case discografiche che per chi ascolta musica, è di superare lidea dipossesso‘. La gente ha sempre voluto possedere la musica, gli album, così come le case discografiche credono di aver bisogno di possedere gli artisti. Forse ora si dovranno abituare all’idea di  collaborare con loro, invece. Oggi viene consumata tanta musica quanto in passato, solo che non è più al centro della cultura come quando io ero ragazzo. Bisogna incoraggiare la gente a pagare non per acquisire una proprietà, ma per la comodità di avere la musica che vogliono, ovunque siano, con qualsiasi sistema la vogliano ascoltare. Ed anche per avere musica ben filtrata, anche sconosciuta, che si vuole esplorare e conoscere meglio attraverso un sistema capace di interpretare il tuo stato d’animo. Musica come una scatola di pastiglie, insomma”. Bene. Quella del superamento del possesso la sapevamo: da una parte rimane il residuo di chi ha bisogno di possedere fisicamente l’opera d’arte musicale (i vecchi), dall’altra quelli che vogliono avere la possibilità di ascoltare sul momento la singola canzone che gli va (i giovani) e a cui non importa avere spazio reale o memoria del computer impiegati per archiviare brani musicali, dunque largo a Cloud, Spotify e i sistemi che interpretano questo tipo di bisogno. Ma l’idea della musica filtrata e somministrata come una medicina è interessante. Se ci si pensa la circolazione della musica in rete, specie attraverso i social networks, è già tutta ‘emozionale’. Posto il video sulla tua bacheca Facebook per dirti che ti penso, condivido una canzone per far sapere a chi mi segue su Twitter che stamattina mi sento così. Il prossimo stadio è “Mi sento così, quindi vorrei una canzone adatta”. Eccola. E’ arrivato il farmacista virtuale, l’omeopata musicale, il guaritore dell’etere, il confidente sonoro, il ‘personal dj’, che ti consiglia la musica come faceva il negoziante di dischi di fiducia, ma in questo caso non ti vende tutto il disco, non ce n’è bisogno, ti vende ‘wellness’ attraverso la musica. E’ il banchetto dello “Psychiatric Help” di Linus, dieci centesimi per un consiglio, o dieci dollari al mese per un numero illimitato di consigli, di coccole, di abbracci musicali come quello che scambiai con Peter. Immagine affascinante, come da sempre Peter Gabriel è stato capace di proporre, ma per semplificare, il ruolo di ‘guida’ sarà sempre più cruciale per la diffusione della musica in rete, specialmente per il pubblico delle nuove generazioni.

mancanoglispazi #23

Postato il 05 ottobre 2011 alle 08.10

di Luca De Gennaro

La prospettiva era ghiotta, per chiunque abbia vissuto di musica tutta la vita: entrare per la prima volta nel santuario degli Abbey Road Studios di Londra, quelli delle strisce pedonali più famose della storia, dove i Beatles registrarono la loro musica immortale e dove cominciarono a litigare, come testimoniano le immagini della “Beatles Anthology”, ma dove anche Pink Floyd e tanti altri grandi del rock registrarono i loro capolavori. L’occasione: il lancio in Europa, la settimana scorsa, di HypeMusic, una nuova iniziativa di MTV U.S.A. che mira ad intergrare musica e shows televisivi. Perchè ne parliamo qui, in un blog rivolto ad artisti di nuova generazione? Perchè come ha detto il responsabile del progetto HypeMusic: “Placement is the new radio”. L’abbinamento della musica alle immagini di serial tv, spot pubblicitari, film, è la nuova frontiera della promozione musicale. Si cominciò con “The O.C.”, una decina di anni fa, a capire che le canzoni in una serie tv mirata ai giovani beneficiavano di un veicolo immediato ed efficace di esposizione nei confronti di un pubblico mirato. Quella serie fece andare in classifica in USA band che fino a quel momento non andavano oltre la nicchia delle ‘college radio’, dai Death Cab For Cutie ai Killers. La consulente musicale di quella serie tv, Alexandra Patsavas, è diventata da allora una delle persone piu’ potenti del music business, piazzando canzoni in serie come Grey’s Anatomy e Gossip Girl, con cui ha lanciato hits come “Chasing Cars” degli Snow Patrol e “How To Save A Life” di The Fray, oltre ad occuparsi della colonna sonora di tutta la serie dei film “Twilight”. Da anni MTV produce in America serie tv che hanno grande successo in tutto il mondo, da Jersey Shore a The Hills, da True Life a The Osbournes. L’idea di Joe Cuello, responsabile del dipartimento per l’integrazione musicale a MTV US, è di mettere insieme i due mondi di MTV, musica e intrattenimento per giovani, in maniera integrata. HypeMusic (www.hypemusic.com) nasce da una partnership di MTV con Extreme Music (www.extrememusic.com), azienda specializzata nella produzione di ‘library music’, cioè musica di commento, sigle, sottofondi. Il modello di HypeMusic e’ interessante: una volta identificati artisti di nuova generazione meritevoli nei vari generi, dal rock all’hip hop, dall’acustico all’elettronico, non vengono messi sotto contratto esclusivo, ma HypeMusic acquisisce da loro i diritti di alcuni brani, che potranno essere utilizzati nei programmi di MTV. Gli artisti vengono scelti da un ‘A&R advisory board’ di esperti di MTV supervisionato dal consulente creativo Nic Harcourt, un’autorità nel settore tanto da essere definito “Il dj piu’ influente d’America”. A questi artisti viene data grande visibilità attraverso la piattaforma online di HypeMusic ed eventi dal vivo (come uno showcase al SXSW di Austin e quello ad Abbey Road, dove hanno suonato 5 band) e vengono distribuiti i loro album in forma digitale (piu’ di 30 album finora dall’inizio del 2011). Ogni volta che una canzone passa in una puntata di serie tv un ‘song id’ sullo schermo rimanda in tempo reale al sito dove poter acquistare il brano. Ogni artista è libero di firmare un contratto discografico e di promuoversi come vuole, senza esclusiva, così come Extreme Music puo’ commercializzare la musica degli artisti di Hype Music ad altre televisioni, film, pubblicità (è stato il caso recente degli Emmy Awards, in onda su Fox), e i guadagni vengono divisi al 50% con gli artisti. Questo sistema, come potete capire, rappresenta una grossa occasione di esposizione qualificata per un giovane artista, oltre ad un’occasione di guadagno senza passare dal tradizionale circuito discografico, sebbene non escludendo a priori la possibilità per chiunque di accasarsi presso una etichetta. Per MTV il progetto HypeMusic significa risparmiare sui costi di licensing di brani per i propri show, costruire nel tempo un catalogo editoriale di brani disponibili liberamente sulle sue piattaforme in tutto il mondo, scoprire e lanciare nuova musica e nuovi talenti, fare affari insieme agli artisti senza essere in competizione con la discografia, offrire al mercato prodotti in linea con il proprio know how e generare profitto dalla cessione di brani musicali a terze parti, tv, cinema, pubblicità. Fico, no? Fico, si. Però attenzione a dire subito “Vedi, qui in Italia nessuno ci pensa”. E’ solo una questione di dimensioni. MTV U.S. produce tante serie tv, che decine di milioni di americani guardano e che vengono distribuite a miliardi di potenziali spettatori nel mondo. Su questi numeri certo che vale la pena di mettere in piedi una iniziativa del genere. Va a vantaggio di tutti. In Italia e nel resto d’Europa, dove produciamo poco, forse per il momento non ne varrebbe la pena, ma HypeMusic resta, in prospettiva futura, un modello innovativo da osservare e analizzare con attenzione nell’ambito delle nuove soluzioni per la diffusione della musica e il lavoro di chi se ne occupa, da questa o dall’altra parte della sala di registrazione.

mancanoglispazi #22

Postato il 27 settembre 2011 alle 09.09

di Luca De Gennaro

Pochi giorni fa, allo showcase di presentazione alla stampa del nuovo album di Marco Mengoni, l’artista, nell’introdurre la serata dal palco, ha parlato accoratamente di quanto per lui questo album fosse un progetto completo, con una storia, un percorso che va seguito dall’inizio alla fine, insomma le cose sacrosante che molti artisti, che come lui tengono al proprio lavoro, pensano e dicono quando lanciano un nuovo lavoro. Ascoltando un artista di nuova generazione come Mengoni parlare in questo modo mi sono chiesto, per l’ennesima volta: ma gli artisti giovani ancora ragionano in termini di ‘album’? Nel mondo attuale in cui la musica circola selvaggiamente in rete, canzone per canzone, dove il mercato del disco fisico sta progressivamente estinguendosi, ha ancora senso parlare di ‘album’ per chi cresce in questa realtà? E’ vero che per gli artisti che fanno musica professionalmente da anni, così come per gli appassionati, abituati da sempre a ‘comprare i dischi’, quella dell’album è una ‘forma mentis’ dura da scardinare, per fortuna, ma per i ragazzi che hanno cominciato, come Marco, già in piena era ‘post discografica’, che senso ha pensare ancora in questo modo? Me lo chiedo ogni volta che vengo invitato negli studi di incisione dove gli artisti mi fanno ascoltare in anteprima quello che stanno registrando. Il metodo che guida il lavoro è sempre legato alla vecchia idea dell’album, e non solo per chi, come le case discografiche, ancora organizza il proprio lavoro attorno all’uscita di un album, ma anche degli artisti. Quasi tutti. Fatta eccezione per quelli legati al mondo dance-elettronico, che però hanno sempre ragionato sui loro prodotti discografici con pesi e misure diversi. Per un artista, dunque, l’album è la fotografia del proprio ‘stato dell’arte’ in questo momento storico. E’ il modo che ognuno sente più naturale per dire “Io ora sono così”. Con lo sbilanciamento delle economie musicali dalla parte discografica verso quella live si dice oggi che l’album e’ il ‘biglietto da visita’ dell’artista, e mai come adesso il paragone è azzeccato. Il biglietto da vista è un oggetto che serve a dare di te una descrizione, una immagine, un profilo, sintetizzati in un cartoncino che ha un costo di produzione (creatività, tipografia) ma che poi regali per promuovere te stesso verso l’esterno. Oggi un album sta arrivando ad essere questo. Con l’album descrivi te stesso, dai di te l’immagine che vuoi, ha dei costi di produzione, ma sempre più spesso serve solo per promuovere le altre attività, dai concerti in poi. Già una decina di anni fa i Rolling Stones costrinsero la loro casa discografica a mettere sul mercato la grande raccolta di successi “Forty Licks” in autunno (uscì il 30 Settembre 2002) anzichè, come sarebbe stato strategicamente più logico, in occasione del lucroso mercato natalizio, semplicemente perchè dovevano andare in tour ed avevano bisogno di una ‘scusa’ per dare un senso al nuovo ciclo di concerti. Attorno all’album nascono i ‘progetti’, le ‘tempistiche’, i ‘piani marketing’, le interviste, le uscite dei singoli, tutto ciò che dà ad un artista la visibilità giusta per essere nel mercato. Infatti oggi i contratti considerano una percentuale a beneficio della casa discografica derivante da tutte le attività dell’artista. Qualche anno fa Elio E Le Storie Tese provarono ad uscire da quella logica, facendo circolare per un pò solo i CD live registrati ad ogni concerto e venduti sul momento. Ma alla fine sono tornati all’antico formato dell’album. Anche Vasco ha detto “Sono stufo di fare album” e si è messo a fare un singolo ogni tanto, ma poi anche lui ha capitolato. Se non fai un album sembra, non solo al pubblico, ma anche a te stesso, di non esistere, o comunque di non proporre al pubblico qualcosa di importante, così come a chi è abituato a ‘possedere’ un disco l’idea dell’acquisto digitale riesce difficile. Un disco non ce l’hai davvero se non puoi ‘toccarlo’. Per il momento non se ne esce, e se pure questo sembrerebbe anti-storico viste le nuove tipologie di circolazione della musica, non c’è dubbio che per ora continui ad essere così.

mancanoglispazi #21

Postato il 21 settembre 2011 alle 11.09

di Luca De Gennaro

Nel futuro rimarremo a corto di passato? E’ il quesito che si pone il giornalista musicale inglese Simon Reynolds nel nuovo libro “Retromania” (uscito in Italia da Isbn), che ha presentato nei giorni scorsi in una serie di incontri a Pistoia, Roma e Milano, affollati da fior di intellettuali, scrittori, bloggers e appassionati. Reynolds, noto per il suo libro “Post Punk” ed uno tra i più autorevoli critici contemporanei, analizza lo stato delle cose nella musica di oggi, che da ovunque la si guardi è permeata di sentimenti passatisti e nostalgici, dal successo planetaro di Adele e Amy Winehouse che propongono uno stile vecchio di 50 anni, a personaggi fondamentali della scena odierna come Mark Ronson e Jack White che cercano ossessivamente di ricreare i suoni analogi del passato, fino alle celebrazioni degli album classici riproposti dal vivo (da Lou Reed con “Berlin” ad Echo & The Bunnymen con “Ocean Rain“), e poi ancora le continue ‘reunion’ di band storiche, le nuove popstar come Lady Gaga che prendono a piene mani dal synth pop anni ’80 ma anche dal classic rock americano, i cofanetti celebrativi delle vecchie glorie che affollano gli scaffali. La musica di oggi è piena di ricicli, remake, ritorni e rimandi. Se il nuovo continua a rifarsi al passato, cosa ci resterà da celebrare nel futuro? Ho incontrato Reynolds a Milano. Mi ha detto che secondo lui la forza che il passato musicale continua ad avere sulle nuove generazioni deriva dalla sensazione che avevano i giovani degli anni ’60 e ’70 di poter ‘cambiare il mondo’ con la musica. Woodstock, il movimento hippy, il pacifismo e la musica contro la guerra, ma anche l’esplosione della ‘disco‘ con l’emancipazione del movimento gay, per non parlare della forza sociale del punk e del significato politico dell’hip hop, erano tutti momenti in cui la musica era espressione di pulsioni rivoluzionarie. Dal Rock’n’roll degli anni ’50 in poi i ‘giovani’ si sentivano finalmente protagonisti e la musica andava incontro al futuro mettendo in discussione anche in maniera violenta lo stato delle cose fino ad allora. Questo, non c’è dubbio, sembra mancare oggi a chi fa musica, ed anche l’elettronica, tra le ultime rivoluzioni musicali innovative, dalla house alla techno al drum’n’bass e alle sue mille sfaccettature, sembra guardarsi indietro. I giovani sono nostalgici di qualcosa che non hanno neanche fatto in tempo a vivere e la cultura rock entra anche nei musei. Pochi giorni fa abbiamo visto al museo Pecci di Prato la splendida mostra “Live!” curata da Marco Bazzini e Luca Beatrice, che propone un affascinante percorso iconico di arte contemporanea intrecciata al rock dagli anni ’60 ad oggi, dove le opere di Warhol, Haring, Basquiat, Kostabi, Gilbert & George si mescolano a reperti filmati e fotografici dai grandi festival, le chitarre appartenute ai grandi del rock si mescolano con le architetture di Mendini e Iosa Ghini, le copertine dei dischi dei Kraftwerk affiancano l’affresco di Francesco Clemente per il Palladium di New York, tempio della musica anni 80, ed ancora Pink Floyd, Vivienne Westood, Vasarely e David Bowie, ma anche il Renato Zero ‘en travesti’ degli anni ’70 e il Vasco Rossi conquistatore di San Siro nel ‘90. Un’opera ammirevole di storicizzazione della cultura musicale, che contribuisce ulteriormente ad alimentare le domande che pone Reynolds: Perchè non sappiamo più essere originali? Cosa succederà quando esauriremo il passato a cui attingere? Riusciremo ad emanciparsi dalla nostalgia e a produrre qualcosa di nuovo? A voi la sfida, artisti della nuova generazione.

mancanoglispazi #20

Postato il 14 settembre 2011 alle 09.09

di Luca De Gennaro

La radio, che parla alle masse, è ancora il piu’ potente veicolo per connettere l’artista ai fans, ed è l’ultima barriera che non è stata abbattuta. C’è una relazione simbiotica tra le case discografiche e le radio. Quando questo legame si sarà interrotto sarà la fine dei giochi, e tutto sarà in un’altra dimensione”. Così dice uno dei ‘grandi vecchi’ della discografia americana, Al Teller.
Nel mondo della diffusione musicale che cambia, alcune abitudini consolidate nei rapporti tra discografia e media sembrano resistere. Molti discografici ancora oggi sostengono che la radio sia il mezzo più efficace per promuovere un nuovo artista. Ma è un modello che sta per morire. Una relazione fondata essenzialmente su scambi, favori e denaro. “Damme ‘na mano co’ er regazzino” era una delle classiche frasi che il discografico diceva al programmatore della radio fino a pochi anni fa, ed in cambio dei passaggi radiofonici la discografia forniva alla radio l’accesso al proprio contenuto (perchè il monopolio delle majors si fondava sul controllo della distribuzione), al proprio materiale umano (quanti artisti ancora oggi riempiono i cartelloni delle feste di piazza estive delle radio in tutta Italia?) ed anche i guadagni derivati dagli investimenti in campagne pubblicitarie. Tutto cio’ è alla fine. Alla radio non interessa piu’ passare ‘Er regazzino’ nuovo di turno per far piacere al discografico, perchè tanto i soldi delle campagne pubblicitarie sono finiti e l’accesso alla musica è diventato illimitato ed immediato. ‘Immediato’ anche nel senso di ‘Non mediato’. La musica non me la deve dare nessuno. E’ lì. Me la prendo quando voglio e se mi va la trasmetto alla radio. E nel frattempo oggi un artista può essere completamente indipendente, affrancato da ogni legame discografico, può fregarsene di passare alla radio, ma nello stesso tempo può guadagnare, cosa impossibile fino a pochi anni fa. Il filo diretto tra esposizione radiofonica e successo commerciale si è rotto. E’ di questi giorni la notizia che la Warner Music ha licenziato i vertici del proprio dipartimento promozionale a Los Angeles. “E’ necessario costruire un team promozionale rivolto al futuro” hanno dichiarato i capi dell’azienda, e il nuovo acquisto al timone della promozione radiofonica è Peter Gray, che guarda caso ha lanciato artisti sui quali il lavoro promozionale è stato da subito a 360 gradi, come Pitbull, Ke$ha e Kings Of Leon, e che è stato chiamato ad occuparsi soprattutto di artisti emergenti e ‘alternativi’. Le popstar italiane ed internazionali che ascoltiamo alla radio vendono molti meno dischi di quanto si possa pensare, mentre ad esempio la dance, che oggi è tornata ad essere il genere più popolare grazie al successo globale di David Guetta, Swedish House Mafia e pochi altri, alla radio non si sente. Tanto i ragazzi non ascoltano più la radio. La ascolta chi l’ha sempre ascoltata. Il pubblico giovane è perso. Sono tutti ad ascoltare la musica in rete, si scambiano  brani e video via Facebook, che senso avrebbe ascoltare la radio nella speranza che passi il tuo brano preferito quando te lo trovi in rete gratis quando vuoi e tutte le volte che vuoi? La ‘Personal Heavy Rotation‘ è la nuova frontiera della promozione. Se sei nelle playlist personali di tanti ragazzi, non in quelle professionali di pochi programmatori, allora hai vinto. Ora scusate ma devo lasciare libero il computer perchè serve a mio figlio (14 anni) che vuole passare via Facebook a tutti i suoi amici il nuovo video di Skrillex, il giovane dj americano più fico del mondo in questo momento, suona dubstep estrema che nessuna radio passerebbe e fa video tostissimi impensabili da vedere in tv. Ma il suo “Mothership tour” mondiale, che lo porterà in Novembre a Roma e Milano, è già tutto esaurito. Guarda un po’.

mancanoglispazi #19

Postato il 06 settembre 2011 alle 01.09

di Luca De Gennaro

Salve a tutti. Ci siamo lasciati alla vigilia degli MTV Days e riprendiamo oggi l’appuntamento settimanale di ‘mancanoglispazi’. Nel frattempo è passata un’estate che è stata dura per la musica ma sulla quale anche grazie a MTV New Generation si sono aperti alcuni piccoli spiragli di speranza per chi vuole fare nuova musica in Italia.
Perchè è stata dura? Perchè abbiamo visto grandi festival come Heineken Jammin’ e Italia Wave andare male in termini di affluenza, pochi tour, poche date estive per quasi tutti gli artisti italiani e scarso interesse addirittura per i concerti di piazza ad ingresso gratuito. Insomma, artisti, manager e promoter alla fine dell’estate non possono che leccarsi le ferite, e questo è un dispiacere per tutti, perchè vorremmo lavorare con un’industria sana e solida, e se al crollo della discografia si accompagna anche la crisi della musica live siamo messi male.
Intendiamoci, l’interesse del pubblico per la musica dal vivo continua ad esserci. Da un punto di osservazione strategico come il Salento, dove ero durante il mese di Agosto, ho visto grandi folle riempire i concerti dei pochi artisti pop che hanno fatto numeri importanti (Jovanotti, Subsonica, Caparezza), risultati pazzeschi per il segmento dance (quasi 14.000 paganti a Gallipoli per il dj tedesco Paul Kalkbrenner, strade bloccate per la data di David Guetta a ferragosto, ottimi incassi per il festival con Aphex Twin, Crookers e Grand Master Flash), grande richiamo per i vari festival reggae, per non parlare della Notte della Taranta, che nella versione itinerante ha riempito le piazze per 3 settimane prima del megaconcerto finale a Melpignano il 27 Agosto con 100.000 persone.
Noi abbiamo dato il nostro piccolo contributo alla diffusione della nuova musica italiana dal vivo portando 8 artisti di nuova generazione a suonare agli MTV Days di Torino in apertura dei grandi concerti in Piazza Castello. I vincitori del nostro contest, i Boom Da Bash, hanno beneficiato della esposizione mediatica di MTV per arricchire il loro calendario estivo, mentre i Fonokit hanno aperto il mega-concerto di Ligabue a Campovolo ed altre 4 band saranno protagoniste del festival “Supersound” a Faenza dal 23 al 25 Settembre (Caponord, Denise, Onemic e Phinx). Insomma il lavoro di MTV New Generation non si ferma, ma l’insegnamento che ci arriva dall’estate appena finita è che il pubblico si conquista con un’offerta ricca, proponendo cast eclettici, puntando anche sulle nicchie musicali (dance, reggae, folk), non fermandosi al ‘minimo sindacale’, possibilmente invogliando il pubblico ad andare a godersi l’esperienza musicale in un posto bello (con tutte le “locations” meravigliose che offre il Salento, perche’ Italia Wave è andato a chiudersi nel brutto e disadorno stadio di Lecce?) e favorendo i tour di più artisti insieme (in America li chiamano ‘Package tours’) che all’estero sono la norma e qui sono difficilissimi anche da pensare. “Se vuoi correre in fretta, corri da solo – dice un antica massima pellerossa – ma se vuoi andare lontano, corri insieme”.
Noi siamo pronti a ricominciare, insieme.

mancanoglispazi #18

Postato il 22 giugno 2011 alle 10.06

di Luca De Gennaro

Gli Afterhours, una delle principali band del rock italiano da molti anni, hanno firmato un nuovo contratto discografico. Questa volta con Artist First, struttura nata da un paio di anni che propone agli artisti una metodologia di lavoro completamente diversa da quella delle case discografiche tradizionali. Diretta dal veterano della discografia indipendente Claudio Ferrante, ex direttore generale della Carosello, è essenzialmente una struttura di distribuzione, cioè mette i dischi nei negozi. Non si occupa di tutte le attività tradizionali della discografia: promozione, marketing, strategie, sviluppo artistico, video etc. Cambia quindi radicalmente il rapporto economico tra la struttura e l’artista. Nel mondo tradizionale la casa discografica investe soldi nella produzione di dischi, video, promozione, copertine etc, poi incassa ciò che deriva dalla vendita e ne corrisponde una percentuale all’artista, sulla base dell’accordo sottoscritto con il contratto discografico. Con Artist First, invece, l’artista si autoproduce e si autofinanzia interamente, e gestisce direttamente tutte le attivitàconnesse in piena autonomia. Dopodiché i proventi delle vendite vanno in larga parte all’artista stesso, ed una percentuale viene riconosciuta ad Artist First per il lavoro distributivo. L’anticipo sugli introiti previsti che Artist First riconosce all’artista garantisce i fondi necessari per sopportare le spese di produzione, registrazione del disco, video, ufficio stampa, promozione radio-tv etc. Indubbiamente un approccio nuovo e rispettabile, che per la sua stessa natura rende una struttura del genere appetibile soprattutto ad artisti che hanno già una forte base di pubblico e popolarità consolidata, e dunque non hanno bisogno della macchina promozionale delle majors per farsi conoscere ed entrare nelle playlist delle radio. Infatti, tra i clienti di Artist First ci sono Renato Zero, i Pooh e i Nomadi, che a questo punto della loro carriera non hanno più bisogno di qualcuno che discuta con loro quale sarà il prossimo singolo, se andare o no a “I migliori anni” o a “Domenica In”, o la foto di copertina del disco. Lavoravano in autonomia anche prima, tanto vale continuare a farlo ma incassare molto di più, visto che ora sei tu che dai una percentuale a chi ti mette nei negozi e ti tieni il resto, anziché il contrario. Un altro cliente di Artist First e’ Mario Biondi, caso atipico di artista di ambito jazz che però vende molto, nato da una etichetta indipendente e gestito in toto dal suo management, completamente autosufficiente e che quindi ha solo bisogno di distribuzione. Con Artist First hanno firmato ultimamente anche i Tiro Mancino, in aperta polemica con la discografia ufficiale, ma in questo caso i risultati non sono stati esaltanti. Ora è la volta degli Afterhours, che negli ultimi anni sono stati sotto contratto sia con EMI che con Universal, e che ora, alla firma del nuovo contratto, dichiarano a Rockol: “La scelta di optare per una distribuzione come Artist First non è solo tecnica, anche se i vantaggi della precisione, dell’agilità e quindi della qualità con la quale questa struttura può lavorare su ogni singolo progetto sono così grandi da rendere imbarazzante quello che oggi offre la discografia classica. La verità è che la libertà d’azione possibile con Artist First è divertente, stimolante, creativa e quindi semplicemente necessaria. Abbiamo trovato qui tutto quello che sostanzialmente manca alla grande discografia in questo momento storico: L’Anima“. Immediatamente, si scatena su Facebook una reazione a catena di commenti, lanciata dal Presidente della EMI, Marco Alboni, che scrive: “Perchè Manuel Agnelli parla di un team che non conosce, di persone che non frequenta, e sempre contro chi lavora nella discografica che egli definisce classica?” Gli risponde Luigi Calivà, veterano della radiofonia privata: “Lo sfogo di un artista di fronte a convenienze e evidenti vantaggi economici, e l’entusiamo necessario per varare un nuovo corso non dovrebbe turbarti. La struttura interessata sino ad oggi ha avuto risultati sempre molto brillanti.I fatti ci insegnano che le major hanno commesso molti errori imperdonabili“. Anche Claudio Arillotta, discografico indipendente, dice la sua: “Per fortuna una certa discografia non esiste piu ma e’ andata via anche quella buona quella che si dava da fare in cerca di nuovi artisti, non di nuovi interpreti inventati da trasmissioni per adolescenti e che hanno una scadenza ben precisa sul bollino siae. Quelli che lavoravano per un progetto discografico e editoriale che fine hanno fatto?”. Insomma, l’eterna discussione sugli errori delle majors, da parte di artisti, media e discografia indipendente, continua e si riaccende ad ogni occasione. A noi sembra che, intanto, prima di esaltare il metodo di lavoro di un team nuovo bisognerebbe aspettare i risultati. E’ come dire “Ho comprato la casa della mia vita” prima di verificare se ci sono crepe nei muri, perdite nei tubi e umidità nelle stanze. Ma soprattutto quello che ci lascia un interrogativo nelle dichiarazioni di Manuel Agnelli e’ la frase “Abbiamo trovato qui tutto quello che sostanzialmente manca alla grande discografia in questo momento storico: L’Anima“. Ora, gli Afterhours hanno cominciato la carriera con una gloriosa etichetta, la Vox Pop, che indubbiamente aveva “Anima”, cioe’ passione, visione prospettica, strategia innovativa, apertura di vedute, un linea artistica coerente e tanto entusiasmo, cioè le caratteristiche di una ‘etichetta indipendente’ che si possa chiamare tale. Dalla Motown alla Tommy Boy alla Sub Pop, questo hanno sempre avuto le più celebrate etichette indipendenti, personalita’ e ‘anima’. Artist First, per sua natura, e’ esattamente il contrario di tutto questo. E’ pura, fredda, professionale distribuzione. Non interviene sulle tue scelte. Prende un tuo prodotto, te lo distribuisce, con precisione ti dice quanto vendi e ti riconosce il giusto guadagno. Metodo rispettabilissimo e, abbiamo visto, molto adatto ad un certo tipo di artista. Ma non parlerei di “anima”, quanto piuttosto di un modo per preservare la assoluta possibilita’ di mettere in campo la propria “anima” e di giocarsi tutto sulla propria pelle senza poter piu’ dire “E’ colpa della casa discografica”. Questo si. Un sincero in bocca il lupo agli Afterhours per la nuova avventura.